«Amo le grandi architetture e chi sa raccontare il mondo»
Silvia Avallone ha presentato ieri il suo ultimo romanzo “Marina Bellezza”
GAVOI. Comincia a Gavoi il preludio del festival letterario della Sardegna”Isola delle Storie”. Protagonista sabato è stato lo scrittore Sandrone Dazieri, mentre ieri pomeriggio è toccato alla scrittrice Silvia Avallone che è tornata a Gavoi a distanza di quattro anni con il suo nuovo romanzo "Marina Bellezza". «Sono contentissima, quellafu una splendida esperienza – racconta la scrittrice – Ricordo perfettamente anche il giorno: era il 2 luglio, il giorno dopo la finale dello Strega».
Dopo lo straordinario successo di "Acciaio" com'è stato rimettersi a scrivere?
«Dopo un anno e mezzo in giro per l'Italia e non solo, avevo molta voglia di tornare a scrivere. Gli incontri, i viaggi servono anche a salutare il romanzo che hai scritto e consegnarlo ai lettori. E quindi alla fine di questi viaggi avevo molta voglia di cominciare una nuova storia che però in realtà già covavo. Devo dire che ogni inizio è difficile perché dal nulla devi creare un mondo, quindi ho scritto molti inizi prima di cominciare quello che poi mi ha permesso di andare avanti. Dopodiché è stato come sempre scrivere: vivere le vite altrui, entrare nella storia. E anche la fatica dello scrivere è poi gioiosa».
Come nasce il personaggio protagonista della storia, Marina?
«Volevo scrivere un romanzo che avesse una protagonista femminile molto contraddittoria, che anzi riunisse in sé quelle che sono per me le contraddizioni dell'Italia in questo momento storico. Quindi Marina è la mia piccola, piccolissima Madame Bovary di provincia. Ed è uno specchio arrugginito e potente perché lei è una furia, ma è anche figlia degli ultimi vent'anni . Ha difetti, ma anche la forza di ribellione che coviamo oggi, in questo momento di transizione tra un'epoca che sta finendo e una da iniziare da zero».
Ha delle similitudini con le adolescenti di "Acciaio"?
«Sono delle cugine lontane. Qualcosina c'è perché sono sempre io che scrivo e ho le mie ossessioni, i miei temi. Marina ha 22 anni ed è sicuramente una persona che si avvia a diventare adulta, che compie delle scelte, mentre le ragazzine di "Acciaio" erano troppo giovani per compiere delle scelte di vita. Subivano più che altro quelle dei genitori. Marina invece per la maggior parte del romanzo lotta con le scelte dei genitori, con le colpe dei padri. Con Anna e Francesca mi sentivo un po' come la sorella maggiore, Marina mi ha tenuto molto più testa, un personaggio più pieno, molto diverso da me come carattere. Quindi mi sono anche scontrata con lei, ma insieme divertita a regalarmi un tipo di irruenza che io non ho. Con Marina ho voluto un po' raccontare il dramma del nascere nel decennio sbagliato, nel ritrovarsi a vent'anni senza uno straccio di opportunità. Lei ha il coraggio di seguire quello che ci hanno insegnato a desiderare, ma poi anche di ribellarsi, di metterlo in discussione».
Più che dai personaggi la sua scrittura sembra però partire dai luoghi.
«I luoghi sono l'inizio per me. Anche nella vita. I luoghi determinano gran parte della tua identità, agiscono sulla tua vita. Possono ostacolarti così come possono indicarti la strada. In "Marina Bellezza" il luogo è importante perché diventa una specie di punto fermo da cui ricominciare, in un periodo in cui tutti ti dicono che bisogna andare via per forza perché qui non c'è più niente. Ecco i miei personaggi si intestardiscono invece nel voler rimanere e voler riprendersi un pezzo d'Italia che gli spetta. E cercando di costruire un futuro in quella provincia che diventa nel romanzo in un certo senso una terra di conquista e non un luogo da cui fuggire com'era magari in "Acciaio". Un luogo di cui riappropriarsi nonostante tutte le ferite di un'era industriale che si è chiusa, nonostante tutti i segni più laceranti anche della crisi. I personaggi in questo abbandono cercano delle strade nuove».
Meglio restare che partire, quindi?
«I romanzi non credo debbano dare delle soluzioni, semmai porre ulteriori domande. Io ho voluto seguire una traccia controcorrente, semplicemente questo. Non credo sia più giusto andarsene piuttosto che rimanere. Sono entrambe scelte che richiedono un grande coraggio. Detto questo, perché sembra ovvio che si debba lasciare per forza questo Paese, mi è piaciuto raccontare un'alternativa, se non altro per ricordare che un'alternativa c'è. Ho scritto questo libro anche un po' con lo spirito di sfida di chi non vuole mollare perché mi sembra terribilmente ingiusto che un Paese come il nostro, devastato ma che ha anche tante cose, debba diventare un deserto».
E lei a mai pensato di andare via?
«Amo viaggiare, vedere, conoscere, capire quanto è grande il mondo e questo penso dobbiamo farlo tutti perché l'Italia ha bisogno di aprirsi a tutto ciò che la circonda e di dialogare. Detto questo però io scrivo in italiano, credo di saper raccontare con coscienza solo l'Italia e quindi diciamo sento di avere come un impegno che non posso trasgredire».
L'ultima domanda su Silvia Avallone lettrice, il festival letterario di Gavoi è soprattutto una festa di lettori. A lei che genere di libri piace?
«Romanzi soprattutto, non racconti brevi. Mi piacciono molto le grandi architetture, le trame corali. I libri che raccontano un mondo, non solo una vicenda. In questo senso amo molto la narrativa americana contemporanea che ha ripreso un po' l'eredità dei grandi classici francesi e russi. Adesso per esempio sto leggendo un romanzo di Philipp Meyer, "Ruggine americana", che oltretutto ha diversi punti in comune sia con "Acciaio" sia con "Marina Bellezza". Un libro straordinario che racconta la crisi, una crisi che in America è arrivata prima e che quindi ha molto da raccontare a noi che siamo arrivati un po' dopo».
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