La Nuova Sardegna

Per Tzia Chischedda licenza media a 99 anni

di Fra
 Per Tzia Chischedda licenza media a 99 anni

Nuoro. La nonnina è arrivata all’esame accompagnata dal nipote di quattro anni «Da ragazza non avevo potuto studiare, ma non volevo morire senza diploma»

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NUORO. Non riesce a trattenere le lacrime tzia Chischedda (Francesca) Careddu, classe 1915, quando gli insegnanti della scuola “Mariangela Maccioni” le consegnano il titolo di licenza media. C’è in quella commozione l’attesa di una vita, che l’ha portata a 99 anni a desiderare quel riconoscimento, mancato nell’adolescenza. Ieri il traguardo, durante la sessione di esami del Centro territoriale permanente che cura l’attività di studio degli adulti nelle carceri e in alcuni comuni della provincia. Per onorare l’occasione ci sono il sindaco Alessandro Bianchi, con l’assessore della Pubblica Istruzione, Paola Demuro, la responsabile dell’Ufficio scolastico provinciale, Pierangela Cocco, il rappresentante della Prefettura. Con la nonnina i sette figli, nipoti e pronipoti, tutti in attesa che l’evento si compia. Tzia Chischedda, accompagnata da Daniele, 4 anni, il più piccolo dei parenti, si presenta alla commissione: qualche nozione d’italiano e storia, un po’ di conti sui valori monetari dei beni agricoli, in risposta alle domande dell’insegnante Pasquina Ledda, che l’ha seguita durante l’anno scolastico. Pochi minuti e la pratica è conclusa, come proclama la stessa docente, prima che applausi e abbracci prendano il sopravvento. Una fiaba a lieto fine, scritta da una nonnina ricca di verve antica e di determinazione, anche questa eredità di una società che non c’è più. L’inizio nel settembre passato, quando tzia Chischedda ha chiesto espressamente di ritornare a frequentare la scuola, «perché non voglio morire senza uno straccio di diploma». La nonnina provava ancora un po’ di rammarico per il desiderio di continuare gli studi bloccato alle elementari dai genitori. «Dovevo stare in casa a badare ai fratelli più piccoli». Anche allora pianti, ma di sofferenza. Novant’anni dopo il cruccio si è dissolto. Pasquina Ledda due volte la settimana si è recata nella casa di Sant’Emiliano. «Ciò che le ho dato io è poca cosa rispetto a quanto ho ricevuto dal suo insegnamento. Tzia Chischedda dà un grande messaggio: mettersi in gioco a ogni età e non abbandonarsi alla rassegnazione di una vita pensata agli sgoccioli o finita». Ieri nell’aula di via Costituzione una scolara come tante altre. Emozionata, ma senza perdere il gusto delle battute. «Non est chi mi botzades? Ma nessi chi sa corcovica siada manna, gasi bi fatzo su minestrone. (Non è che mi bocciate? Ma almeno che la “zucca” sia grande, così ci faccio il minestrone»). Una lettera scritta alla figlia Anna, che vive a Quartu, è stata invece la prova d’italiano: «Cara Anna, mi dispiace che non sia qui come. Avresti visto come sono stata brava!». Niente di più di quanto è stata la realtà, scritta nero su bianco sulla pergamena della licenza media, di una donna barbaricina che ha superato il limite degli anni, degli stessi usi, per riacciuffare il bel sogno dei giorni passati.

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