La Nuova Sardegna

Con Grillo e i Pooh al circo Massimo per sentire gli Stones

di Giampiero Cocco
Con Grillo e i Pooh al circo Massimo per sentire gli Stones

Nel catino nato per celebrare i trionfi degli antichi Romani Molti volti celebri al mega show: da Britti a D’Agostino

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ROMA. Nel 46 a.C. Gaio Giulio Cesare diede al Circo Massimo la sua forma attuale, poi impreziosita dall’obelisco di Ramses II che Augusto, il primo degli imperatori romani, si portò dietro dopo aver visitato una delle colonie, l’Egitto.

Un luogo da dominatori del mondo, dunque, dove esserci – sin da quando nel catino ovale il leggendario Ben Hur guidò la quadriga contestando i tribuni romani – è uno dei segni distintivi da sempre, per protagonisti e comparse. I Rolling Stones, che quest’anno festeggiano il mezzo secolo di concerti con il loro fantasmagorico 14 on fire, non potevano ottenere dal sindaco Ignazio Marino location migliore per entrare nella storia (del rock) e nella memoria collettiva. Tanto da farne, del Circo Massimo, il loro brand esclusivo con magliette che ricordano l’evento, inserendo nel catino e nella Bocca della Verità il logo della band, la linguaccia di Mick Jagger.

Al netto delle polemiche, gli oltre 70mila spettatori trasversali che hanno assistito al concertone di inizio estate hanno calcato la stessa location dove, nel 46 avanti Cristo, si festeggiavano con le corse delle bighe le conquiste militari di Giulio Cesare. Il Panem et circenses, l’oppio dei popoli, non lo ha inventato l’attuale sindaco della città eterna ma era praticato, e proprio in quel preciso luogo, sin dagli albori della storia.

Allora, però, non esisteva il selfie, quello che in tantissimi, e non soltanto tra Vip, si sono fatti domenica scorsa per immortalare nel Web l’evento. A partire dal fustigatore di costumi Beppe Grillo il quale, attraverso il suo blog a cinque stelle, critica tutti e tutti ma poi si è lasciato travolgere, nella caldissima notte romana infiammata dalle note di Keith Richards e company, nel banale autoscatto (oggi lo chiamano selfie), da postare su Facebook, dozzinale ma visiva testimonianza dell’esserci.

Un parterre, quello del Circo Massimo, ricco di personaggi dello spettacolo ( da Alex Britti ad Edoardo Bennato, passando per i Pooh) osservati con rassegnazione da Roberto D’Agostino che, in attesa che il cameriere gli servisse l’ennesima e irraggiungibile birra fresca «l’unica pecca di questa riuscitissima manifestazione all’aperto», il quale rifletteva sull’inutilità del presenzialismo a tutti i costi. Detto da lui, che del Cafonal e del gossip informato ha fatto fortuna e virtù, è tutto un programma. Lo stesso promemoria che si era mentalmente predisposto di esternare ai soliti presenzialisti il critico musicale Dario Salvatori prima dell’avvio del concerto, ma che al primo riff di Jumpin’Jack Flash ha dimenticato per guardare dal vivo l’esibizione degli Stones.

Potenza della musica e delle note che, pur essendo state scritte mezzo secolo fa, sono diventate e restano la colonna sonora, trasversale ,di decine di generazioni, da quelle dei pacifisti americani anti Vietnam i contestatori della Sorbona francese e della sinistra Sessantottina italiana, contrapposti al Fronte della Gioventù della destra ma uniti (all’epoca) soltanto dalla rivoluzione sessuale. Tutti lì, anziani e giovanissimi, a zompare come grilli seguendo l’esibizione mozzafiato di Jagger, Ron Wood, Keith Richards e Charlie “Roberto” Watts, quasi tre secoli in quattro ma ancora solidamente sulla breccia. L’evento, quello vero, sono stati gli oltre 70mila che hanno affollato, come nel lontanissimo 46 avanti Cristo, gli spalti del Circo Massimo, una folla oceanica unita da un solo interesse: la musica.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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