La Nuova Sardegna

Maria Gadù, ecco la nuova regina brasiliana

di Walter Porcedda
Maria Gadù, ecco la nuova regina brasiliana

La cantautrice con una formidabile band conquista al Massimo il pubblico di Jazz in Sardegna

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CAGLIARI. Brasile, non c’è solo il calcio. Come da giorni ossessivamente dagli schermi tivù si rilancia inquadrando quell’oceano di maglie giallo verdi, che ondeggiano negli stadi nuovi di zecca. È da rare riprese dentro città a pochi passi dalla foresta, che sono stati svelati frammenti di un paese dalle mille contraddizioni, fatto di povertà e ricchezza. Di storie di umanità e desiderio di riscatto, come i movimenti e le proteste prima dei mondiali hanno segnalato. La determinazione cioè di un popolo di solide radici che comunica l’urgente voglia di migliorare la vita e di cambiare. Ecco, questo Brasile che non ti aspetti, sta, e non per caso, dentro quello scrigno di meraviglie che è il concerto offerto martedì al folto pubblico del teatro Massimo – location recuperata in extremis dopo il diktat del Comune che aveva annullato il Parco della Musica – per il festival di Jazz in Sardegna, dalla giovane cantautrice di San Paolo, Maria Gadù.

Chitarrista e cantante di grandi doti vocali che mette insieme jazz e soul, è davvero l’immagine emblematica di un universo che vuole cambiare senza rinunciare al proprio passato ma cercando a testa alta il confronto con il resto del pianeta. C’è qualcosa nell’arte di questa cantante che sembra rimandare alle sorgenti stesse del tropicalismo per la sua incredibile voracità nel riprendere e rileggere stili e tendenze riportandole a nuove e originali sintesi.

E non è quindi un caso se, proprio uno dei padri di quel movimento che trasformò la musica carioca dagli anni sessanta in poi, Caetano Veloso, abbia visto in questa giovane artista una vocazione musicale autentica. Non solo cioè una star capace di guidare con mano sicura una band stratosferica ma di dare corpo e legittimità a un progetto di fresca e incantevole originalità.

Esposto in quasi due ore di live come un libro a due pagine. La prima, quella dei brani tratti da “Mais una Pagina” e “Nos”. Una musica potente, a tratti spigolosa con ritmi rubati al rock e persino al reggae, ma con un sostrato quasi favolistico di saudade. Nella seconda, un superbo set con perle di soli (mozzafiato quello del violoncellista Federico Puppi), funk psichedelico e improvvisazioni blues sino alla hit “Shimbalaye” che ha reso Gadu regina internazionale.

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