La Nuova Sardegna

“Strega”, il day after Walter Siti a Gavoi

di Fabio Canessa
“Strega”, il day after Walter Siti a Gavoi

Il romanziere parla di editoria, premi letterari e scrittura

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INVIATO A GAVOI. Il primo giorno da "ex Premio Strega" Walter Siti lo passa a Gavoi. Dopo la serata che ha coronato come suo successore Francesco Piccolo, arriva subito in Sardegna, come uno degli ospiti di punta di questa edizione del festival. "Ma sto come prima. Non ho mai sentito il premio come un peso, ho continuato a fare la stessa vita. L'unica cosa è che i primi mesi andavo un po' più giro".

Non c'entra molto, ma il titolo del libro di Piccolo, “Il desiderio di essere come tutti”, fa pensare a uno dei temi più importanti per lei: quello appunto del desiderio. Come lo ha indagato in questo suo ultimo romanzo, "Exit strategy"?

«Il desiderio è il tema principale dei miei libri e da questo punto vista "Exit strategy" è un libro di liquidazione. Avvicinandosi a 70 anni uno sente meno energie per continuare a desiderare. Per cui ho avuto l'impressione che il modo di desiderare che mi aveva ossessionato per tutta la vita fosse un po' finito. Dal punto di vista personale è quindi la storia dell'abbandono di una ossessione. Da quello pubblico riprende dei parallelismi che avevo fatto nel libro precedente tra un certo tipo di desiderio un po' artificiale, esagerato, come il desiderio di corpi troppo perfetti, e il meccanismo della società consumistica. Con merci sempre più lontane dai bisogni reali».

L'altro libro a cui fa riferimento, "Resistere non serve a niente" con il quale ha vinto lo Strega, puntava l'attenzione sul denaro.

«Era un po' l'enfasi del possesso, con il denaro come unico valore. Da questo punto di vista l'ultimo romanzo è un po' il rovescio: come uscire da un sistema che ti costringe quasi a pensare che se non puoi comprare le cose non vali niente».

Libri molto attaccati al presente. Ha mai pensato di tornare indietro, raccontare storie del passato?

«Non ci ho mai provato a dir la verità, ma credo di non esserne capace. Da una parte c'è un fatto linguistico molto serio per me. Se mi trasporto indietro anche solo di un secolo non so più come parlavano le persone e quindi non saprei come farle parlare. Non bastano i libri, che ti dicono solo com'era il linguaggio scritto. E poi mi sento in qualche modo costretto alla contemporaneità. Per la storia ho sempre avuto una notevole antipatia, anche quando andavo a scuola».

Il suo primo romanzo è stato pubblicato solo venti anni fa. Perché è arrivato così tardi alla narrativa?

«Sono sempre stato affascinato dalla lettura. Quando ho cominciato a pensare a come guadagnarmi da vivere mi è venuto naturale pensare che avrei dovuto studiare letteratura. Quindi ho fatto il critico. Facendo questo lavoro uno si confronta con cose talmente grandi, non so Dante o Shakespeare, che si sente un moscerino in confronto. Per cui per molti anni ho fatto un lavoro al servizio della letteratura che studiavo. Poi piano piano ho cominciato a sentire un'insoddisfazione, mi sembrava di non riuscire a dire delle cose che mi interessavano veramente se non marginalmente in alcuni commenti. E allora mi sono buttato a scrivere. Il primo libro ci ho messo dodici anni a farlo».

Che effetto le fa ripensarci ora, dopo altri libri scritti?

«La prima impressione? "Madonna quanta energia avevo!". Proprio in questo periodo sto riguardando i miei primi tre romanzi perché Rizzoli vuole farli uscire in un unico volume. Sto finendo di correggere quindi "Scuola di nudo", "Un dolore normale", "Troppi paradisi" e la sensazione più autentica che ho avuto e che in fondo sto scrivendo sempre la stessa cosa. Nel primo c'era già contenuto, compresso, tutto quello che ho detto nei libri successivi».

Parlava di studio. Lei ha lavorato molto su Pasolini. Entra in qualche modo anche nei suoi romanzi?

«Penso di sì, anche se poi ho fatto di tutto per distanziarmene. Il rapporto con Pasolini è stato molto combattuto, come si ha con certi padri. Penso di avere preso da lui due cose di fondo. Da una parte la sensazione che la letteratura ha bisogno di mangiarsi la realtà, che non può essere una cosa che vive di se stessa, solo di forma. E dall'altra che un testo non è mai finito».

L'ultima domanda sull'incontro di stanotte (ieri, ndr). Il titolo è "Povera patria": la cultura può essere lo strumento per resistere e ripartire?

«Se per cultura si intende le pagine di cultura dei giornali o l'arte, la letteratura, la musica, ho l'impressione che così non se ne esce. Che siano un po' dei beni rifugio. Se invece per cultura intendiamo il nostro modo di pensare, di vedere le cose, allora effettivamente è l'unico modo. Provare tutte le volte, come dice Calvino, a riaggiustare il periscopio con l'orizzonte».

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