Fabio Stassi: «La mia Soledad, nei suoi occchi la nostra memoria»
GAVOI. Quando il ciabattino verrà fuori dalla cucina nella quale si è rifugiato per ringiovanire i tacchi delle scarpe vecchie senza mai farsi vedere, vinto dal pudore, dalla vergogna, allora vorrà...
GAVOI. Quando il ciabattino verrà fuori dalla cucina nella quale si è rifugiato per ringiovanire i tacchi delle scarpe vecchie senza mai farsi vedere, vinto dal pudore, dalla vergogna, allora vorrà dire che quel custode della nostalgia avrà ripreso voce per unirsi alla coralità dei fiati, alla musica, alla vita comunitaria e la memoria compirà così il salto dal passato al futuro. Quel lontano parente di Fabio Stassi, del quale lo stesso scrittore racconta la vicenda, è protagonista di una storia al confine tra realtà e fantasia, tra verità e suggestione. E' il doppio volto della scrittura, del romanzo, della narrazione della vita che si realizza nel paradosso della tradizione popolare, patrimonio della Sicilia, terra dello scrittore, e della Sardegna, dove se sei sano non sei normale.
Fabio Stassi racconta con timidezza e dolce ironia quella malattia che solo l'intelletto e la letteratura riescono a diagnosricare con esattezza nell’espressione “desterrati”, tolti dalla terra, dalla proria radice, sdoppiati. Insomma, allontanati, o anche di nuovo oggi drammaticamente emigrati. Porta il pubblico che affolla la piazzetta di Mesu Bidda nell’altrettanto affollata sua fantasia, popolata di personaggi semplici e dirompenti, come l'amico del nonno di Stassi, un genio al pianoforte ma capace di suonare solo protetto da una tenda.
La doppia anima in un solo destino, come accade a Soledad, la protagonista dell’ultimo romanzo di Stassi, “Come un respiro interrotto”, pubblicato dalla casa editrice palermitana Sellerio. Narrare la vita intera di una donna radunando le prove, gli sguardi e le parole di chi l’ha conosciuta, di chi l’ha amata, di quelli che hanno lavorato o sognato con lei. Questa la sfida di Stassi
Soledad è un nome che fa immaginare il sole e che significa solitudine. Vincenzo Latronico, amico scrittore di Stassi, lo interroga sul palco del festival di Gavoi, cercando di scavare nel delicato equilbrio tra realtà e fantasia che tanto affascina il bibliotecario di Viterbo residente a Roma e originario della Sicilia.
Latronico scava dentro quella «sensazione che qualcosa di fantastico possa accadere ma che vi sia un'altrettanto persistente sorveglianza perché non accada». Risponde Stassi e spiega dove e come si possa mutare la solitudine in coralità, la vegogna in nostalgia positiva, «per uscire – dice l’autore di “Come un respiro interrotto – dall’imbalsamazione della memoria e aprire le porte al futuro». La spiegazione che Stassi rilancia sul pubblico è, senza l'insidia della retorica, anche questa, vera e fantastica, ma forse necessaria: «Si parla sempre della nostalgia del territorio, è tempo di riprendersi il territorio della nostalgia». (giampaolo meloni)
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