«C’è un testimone dell’omicidio» Lui dice: ho raccontato un sogno
Dopo 5 anni spuntano le dichiarazioni di Antonio Delitala sulla notte dell’assassinio di Dina Dore Portato in aula l’uomo minimizza: «Era solo il resoconto di un incubo che ho fatto ad alcuni amici»
NUORO. Il 30 ottobre del 2012, quando già a Gavoi le indagini avevano imboccato una direzione precisa ed era spuntata la prima lettera anonima che chiamava in causa Francesco Rocca nel ruolo del mandante dell’omicidio della moglie Dina Dore, all’allora dirigente del commissariato, Giampiero Putzu, si presenta un confidente che lui stesso definisce “di comprovata attendibilità”. Una fonte che, scrive Putzu a suo tempo e conferma anche ieri in corte d’assise, «mi riferisce alcune interessanti informazioni inerenti l’omicidio di Dore Dina».
«Era alto 176 centimetri». Più che interessanti, le informazioni del confidente, sono decisamente scottanti perché per la prima volta nel corso dell’inchiesta rivelano che ci sarebbe un testimone oculare. L’unico che quel 26 marzo del 2008, «avrebbe notato un individuo uscire dal garage dell’abitazione dove, qualche ora più tardi, sarebbe stato rinvenuto il cadavere della Dore. Lo ha visto solo di spalle e descritto come robusto, con una statura di circa 176/178 centimetri, e capelli leggermente lunghi».
«Il confidente resti anonimo». Ma per la Corte d’assise – lo stabilisce ieri nel corso del processo – le stesse informazioni, valgono più o meno carta straccia e per due ragioni. La prima: perché il dirigente della polizia, Giampiero Putzu, chiamato ieri in tutta fretta da Orgosolo dove ora lavora, per rispondere di quella relazione di servizio, non rivela il nome del confidente. La difesa glielo chiede con insistenza, l’avvocato Mario Lai gli ricorda anche che lo dovrebbe fare perché il confidente, in questo caso, riferirebbe di un teste. Ma per il pm Danilo Tronci e per gli stessi giudici, Putzu può mantenere anonima la sua preziosa fonte.
«Ho riferito un mio sogno». La seconda ragione per la quale il contenuto della relazione di servizio dell’ex commissario di Gavoi per la Corte vale carta straccia risiede nel fatto che lo stesso presunto testimone oculare, citato nella relazione di servizio di Putzu, convocato anche lui precipitosamente da Sassari, ieri, non conferma. E dice: «Ho riferito solo di un mio sogno». «Ma come? – lo interrompe, seccato, il presidente Demuro – i suoi sogni non ci interessano». Poco prima, tuttavia, Antonio Delitala, ex dipendente di Equitalia, nato a Bolotana il primo gennaio del 1935, e residente da una vita a Sassari, aveva raccontato come e in quale circostanza aveva discusso a Gavoi di quel “sogno” e aveva anche citato i nomi delle due persone con le quali ne aveva parlato: i gavoesi Antonio Sedda, commercialista, e Franco Podda, titolare del ristorante Santa Ruche.
«Ne parlai con Sedda e Podda». «Ero andato a Gavoi – racconta Delitala – non ricordo bene, ma forse per fare una dichiarazione dei redditi. Tant’è che poi sono andato a pranzo con Antonio Sedda, ed è venuto anche Franco Podda. Il ristorante di Podda era chiuso, così siamo andati al ristorante del lago. E lì, parlando di quello che è avvenuto e dell’omicidio di Dina Dore, io dissi che avevo sognato questa figura uscire dal garage».
Ma la sua deposizione finisce qui: il presidente Demuro lo stoppa. Il pm Tronci, dice: «Ecco, è sui sogni che si aggrappa la difesa». E l’avvocato Mario Lai replica: «E sugli anonimi che cammina l’accusa».
La relazione dimenticata. Al di là delle versioni, resta il fatto che sino a ieri, la relazione di servizio dell’ex commissario di Gavoi, era rimasta confinata in mezzo alle carte del fascicolo d’inchiesta, senza che nessuno provasse nemmeno a sentire i suoi protagonisti. «Signor Delitala – chiede, perplesso, lo stesso presidente Demuro – ma lei è mai stato sentito dagli inquirenti?». «No» risponde Delitala – ma dall’ex maresciallo Battistotti (l’investigatore privato della difesa, ndr)». Il pm Tronci, giustifica la carenza, dicendo che questa, come altre, erano «piste ininfluenti», ma gli avvocati Mario Lai e Angelo Manconi insorgono ricordando che nel fascicolo processuale non risulta nessun atto di approfondimento su quanto aveva scritto il commissario Putzu. La relazione di servizio di quest’ultimo e il nome di Delitala, probabilmente, avrebbero continuato a restare confinate nel dimenticatoio se non fosse che ieri, in udienza, la sorella di Francesco Rocca, Anna Rocca, ricorda che un mesetto fa, dopo aver saputo dal fascicolo processuale di quella relazione, aveva contattato il commissario Putzu per poterne parlare. E quest’ultimo gliel’aveva confermata. In quella relazione, datata 30 ottobre 2012, Putzu aveva scritto che quel giorno era stato contattato da una «fonte confidenziale di comprovata attendibilità».
«Robusto e con un maglione». «La fonte – scrive Putzu – ha dichiarato che nell’odierna mattinata si sarebbe incontrato con due persone, tra le quali tale Delitala Antonio. Il discorso sarebbe caduto sull’omicidio in questione e al riguardo il Delitala ha riferito che il pomeriggio del fatto si sarebbe trovato a Gavoi per recarsi al funerale di Ginesu Giuseppe di Gavoi». Ieri, Delitala, ha negato di conoscere Ginesu.
«Nel dirigersi verso il locale cimitero – scrive ancora Putzu – intorno alle 18.30, Delitala avrebbe notato un individuo uscire dal garage dell’abitazione dove, qualche ora più tardi, sarebbe stato rinvenuto il cadavere della Dore. Lo avrebbe visto poi dirigersi verso il cimitero con “il tipico fare sicuro di chi conosce bene il paese, pur non essendo, a suo dire, del posto. Avrebbe avuto modo di vederlo di spalle, descrivendolo come robusto, avente una statura di circa 176/178 cm, capelli leggermente lunghi e indossante un maglione a collo alto. Il Delitala sarebbe, a suo dire, in grado di riconoscere l’individuo in questione».
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