Troppi i punti oscuri nella biopsia
La perizia punta il dito contro l’operazione che è costata la vita a Tullio Coratza. Da qui l’accusa di soppressione di cadavere
SASSARI. La contestazione del reato di soppressione di parti di cadavere associata all’omicidio colposo e al falso ideologico e materiale in ambito medico è quasi una novità assoluta nel panorama giudiziario isolano. Ecco perché la decisione del pubblico ministero Elisa Loris – che alcuni giorni fa ha chiesto il rinvio a giudizio dei due chirurghi sassaresi Alberto Porcu e Luca Pilo in seguito alla morte di un paziente – è apparsa certamente clamorosa. C’è un caso in Sardegna che risale al 2013: il primario di Anatomia patologica del Santissima Trinità di Cagliari era stato assolto in primo grado e condannato in appello a tre anni e tre mesi per soppressione di parti di cadavere, frode processuale, favoreggiamento e falso con l’accusa di aver fatto “sparire” i reperti dell'autopsia di un paziente probabilmente, era il sospetto, con l’intenzione di favorire la diagnosi di 2 colleghi a loro volta imputati di omicidio colposo (poi assolti). Lo scorso giugno la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna del primario.
Nuovo caso a Sassari. Ora, sotto un profilo differente, l’ipotesi di reato si presenta a Sassari. Una decisione, quella del sostituto procuratore Elisa Loris, nata dopo che il medico legale che eseguì l’autopsia sul corpo di un pensionato sessantenne di Tresnuraghes (morto alle cliniche universitarie il 17 maggio del 2012 dopo una toracotomia eseguita per la diagnosi di un tumore al mediastino) segnalò l’assenza del pericardio, la membrana che avvolge il cuore. Quell’organo era (anzi: è) misteriosamente sparito e i chirurghi che eseguirono l’intervento nulla scrissero in merito sulla cartella clinica. Questo reato è stato “aggiunto” dal pm ai due precedenti in sede di udienza preliminare davanti al gup che ora dovrà decidere se rinviare o meno a giudizio i due imputati per tutti e tre i reati. Una cosa è certa: i familiari di Tullio Coratza andranno avanti e per questo si sono affidati all’avvocato di Macomer Giuseppe Longheu che li tutela nella battaglia per stabilire la verità sulla morte del loro caro.
L’inchiesta. La ricostruzione di quanto accaduto in sala operatoria non aveva convinto i familiari della vittima che avevano subito bussato alle porte della Procura della Repubblica di Sassari. Il pm Loris aveva affidato la consulenza di parte alla dottoressa Rita Celli dell’università di Torino che, rispondendo ai quesiti del pm, ha rilevato una serie di incongruenze nella condotta dei medici che hanno convinto il pubblico ministero a chiederne il rinvio a giudizio.
I punti oscuri. Dalla relazione della consulente emergono in particolari alcuni punti oscuri. Innanzitutto si sofferma sulla diagnosi: «Imprecisa – scrive la Celli – formulata in termini diversi all’interno dello stesso documento clinico al momento dell’ingresso del paziente e nelle fasi di raccolta del consenso informato». Dubbi, poi, emergono anche sul consenso informato espresso dal paziente che «dimostra – sostiene la consulente – che Coratza non era a conoscenza dei reali programmi operatori, parrebbe esserne divenuto cosciente solo in un tempo successivo. La stessa anestesista scrisse: “Il paziente è perplesso riguardo a ciò che dovrà fare (sapeva una biopsia!)”. Ad ogni buon conto – continua Celli – il signor Coratza veniva sottoposto a intervento di toracotomia esplorativa». E qui entra nel merito la specialista di Torino: «Un atteggiamento chirurgico ingiustificatamente aggressivo laddove la letteratura specialistica da molti anni suggerisce e raccomanda in caso di lesioni mediastiniche da identificare, di procedere secondo uno schema diverso da quello posto in atto per il paziente Coratza. Dapprima l’indagine doveva seguire un percorso radiologico e in seguito l’atteggiamento corretto prevede l’esecuzione di un’agobiopsia Eco o Tc guidata. La toracotomia esplorativa è da considerarsi un intervento a elevato rischio». E spiega perché: «La difficoltà di localizzazione del tumore, per la natura complessa della regione anatomica, deve indurre l’operatore a procedere per gradi nell’aggressione della massa sospetta e l’ago-biopsia Eco o Tac guidata rappresenta la manovra più cauta e di prima scelta». Oltretutto i dati di letteratura parlano chiaro a proposito e fanno dedurre che «una toracotomia esplorativa, per effettuare la biopsia di una massa mediastinica sconosciuta, è atteggiamento da definirsi ormai desueto e ingiustificato oltre che decisamente e inutilmente rischioso».
Il falso. La Loris contesta anche il falso ai due chirughi. «Perché in concorso tra loro – si legge nel capo di imputazione – formando, nell’esercizio delle loro funzioni l’atto, attestavano falsamente fatti dei quali l’atto era destinato a provare la verità. Nel registro operatorio affermavano contrariamente al vero che la lacerazione dell’arteria polmonare ebbe luogo in corrispondenza della lesione cancerosa che avrebbe minato la consistenza della parete arteriosa. Dichiaravano inoltre, contrariamente al vero, di aver apposto punti di sutura, non rinvenuti in sede di esame autoptico. Non facevano infine menzione né dell’eliminazione del pericardio, palesatosi assente all’esame autoptico, né delle ragioni della stessa».
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