Il robottino Rov fa litigare i corallari
I veterani vogliono usarlo in alternativa alle immersioni, le nuove leve si oppongono: «Ora lasciate lavorare i giovani»
ALGHERO. La più classica delle guerre tra generazioni. Con i giovani che pensano che sia finalmente arrivato il loro turno, e i vecchi che non vogliono mollare. Con una particolarità però. A spingere sull’innovazione sono quelli con i capelli bianchi, mostri sacri del settore, con oltre trent’anni di esperienza alle spalle. A tirare il freno un gruppo di giovani rampanti, che vogliono che le cose vadano avanti come sempre sono andate. Davvero balzano, a leggerlo così. Ma d’altronde il settore di cui si parla non è certo per persone ordinarie. Si tratta infatti della pesca del corallo, 25 rambo che van sotto con bombole e picozza a estrarre a 120 metri di profondità l’oro rosso che dà da campare a un indotto di centinaia di persone, e movimenta qualcosa come 75 milioni di euro all’anno.
Tutti a terra. O meglio movimentava, visto che dallo scorso anno il giocattolo si è rotto. E l’assessore regionale Elisabetta Falchi, preso atto della furiosa guerra a colpi di carte bollate in atto tra i corallari, si è ben guardata dall’emanare la delibera che regola la pesca per il 2014. Tutti a terra dunque. In attesa che la Regione prenda una decisione, che non si annuncia facile. L’oggetto del contendere è un acronimo di tre lettere: Rov. Un robottino (in realtà è grande quanto un divano a due piazze) a controllo remoto che i “vecchi” del settore, riuniti nell’Aiscoral, vorrebbero usare per pescare.
Il robottino. «È sicuro – tuonano – rispettoso dell’ambiente. E poi noi a morire sotto il mare non ci vogliamo andare più. Anche perché nessuna regola base di sicurezza è rispettata da chi si immerge, e così non si va più avanti». Motivo per cui la stessa associazione ha messo in mora la Regione, minacciando l’assessore Falchi di svariate denunce se avesse concesso la riapertura della pesca tradizionale. E il neo insediato responsabile all’agricoltura, dopo aver provato a mettere tutti intorno a un tavolo lo scorso 6 giugno, ha deciso di prender tempo. Annunciando che a breve saranno emanate le procedure operative.
Largo ai giovani. Procedure che, a quanto è dato sapere, di Rov non parleranno proprio. «E meno male – tuona il vice presidente dell’Associazione corallari sardi Costantino Cossu, che riunisce circa l’80 per cento dei pescatori in attività – visto che lo stesso Gfcm (un organismo Fao che regola il settore) vieta espressamente di usare il Rov per pescare. E la sperimentazione, richiamata a sproposito dall’Aiscoral, parla solo dell’utilizzo del Rov per monitoraggio e prospezione dei banchi di corallo. E assolutamente vieta che sia usato per raccogliere corallo».
Guardare e non toccare. Guardare e non toccare insomma. Ma allora come mai i più esperti tra i corallari lo vorrebbero usare per pescare? «Il motivo è semplice – attacca Dino Robotti, figlio d’arte all’opera nel settore da soli tre anni – chi vuole i robot non ha più l’età per scendere a 120 metri. Ma non vuole mollare e non vuole insegnare il lavoro e passare la mano, come mio padre ha fatto con me. Pretendono di continuare anche a 70 anni e siccome non hanno più il fisico per andare sotto, vorrebbero che tutto venisse fatto da un robot».
Sub industriali. Teoria rimandata al mittente dai veterani di Aiscoral, che nel 2013 si sono autodenunciati per le loro camere iperbariche irregolari. Poi si sono appellati all’Ente Italiano di Unificazione, che approva e pubblica le norme tecniche volontarie (le “norme Uni), chiedendo che ai corallari fossero applicati i requisiti di sicurezza dei sub “industriali”.
Le piattaforme. «Peccato – attacca Cossu – che lo stesso Uni lo scorso 16 maggio abbia chiarito che non è così. Si parla di norme per sub che lavorano per le piattaforme petrolifere nei mari del Nord, talmente restrittive che renderebbero di fatto impossibile la pesca per gli impossibili, e ingiustificati, costi da affrontare. Non è vero che a noi serve una squadra medica, e una squadra di supporto a una squadra medica. È vero, scendiamo a 100 metri, ma ormai, con le nuove attrezzature, i limiti sono diventati ben altri. A Porto Ottiolu, con un corso di 4 giorni e una visita medica, portano i turisti a vedere un relitto a -80. Certo per scendere a 100 metri e lavorarci mezz’ora non puoi avere settant’anni».
O Rov o morte. I veterani però non mollano: «O Rov o fermiamo tutto, in nome della sicurezza». «Non scherziamo – chiude Robotti – a parte un caso nel 2009 da anni non muore più nessuno. E nessuno vuole sfidare la morte. Ma nemmeno dilapidare un patrimonio di tecnica, fatica, tradizione. In 35 anni mai nessuno si era posto il problema sicurezza. Ora si fa in maniera strumentale. Noi siamo sicuri che la Regione non ci cascherà. Anche perché da nessuna parte in Italia e in Europa il Rov si può usare, e dappertutto invece si pesca come si è sempre fatto. Se poi i “vecchi” vogliono portare avanti la loro battaglia per pescare dal salotto di casa con il Rov ci provino pure. Ma non provino a impedire a chi vuol lavorare di andare avanti, come loro per tutta la vita hanno fatto».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
