La Nuova Sardegna

Il jolly del Parco rapito dal cinema

di Gianni Bazzoni
Il jolly del Parco rapito dal cinema

Giommaria Deriu ha rimesso la vecchia divisa per fare la comparsa sul set

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SASSARI. «Ne ho visti passare tanti, qualche faccia mi è rimasta impressa nella memoria. Le altre si sono perse nel tempo, è normale». Sulle prime non se l’è ricordato uno degli ospiti del carcere, ma è bastato poco per arrivarci. «Ho pensato fosse uno dell’Anonima sequestri, uno di Talana – racconta –, poi ho capito che era lui: Cabizzosu, c’è stato quattro anni proprio qui a Campu Perdu. Ha fatto diversi lavori, girava in bicicletta». Giommaria Deriu, 55 anni di Ittiri, ispettore della polizia penitenziaria in pensione, è uno di quelli che soffre di «mal d’Asinara». C’era arrivato a forza, più di trent’anni fa, un ragazzino in divisa. Non se n’è più voluto andare, e anche quando il carcere ha lasciato tutte le celle aperte e ha sbaraccato ha chiesto di restare. Niente paga, ha la sua pensione: è una sorta di jolly sull’isola-Parco, un punto di riferimento per l’amministrazione dell’oasi protetta e per il ministero dell’Ambiente. Memoria storica, esperto conoscitore dei luoghi, un rapporto con il mare da vero professionista (al contrario di quanto farebbe pensare la sua provenienza da uno dei paesi dell’interno) frutto di una esperienza maturata proprio durante gli anni del carcere, quando con le motovedette si viaggiava con qualunque tempo (o quasi).

Certo, fare l’attore gli mancava. «Mi sono messo in gioco – dice Giommaria Deriu – ho dato una mano per trovare le vecchie divise di guardie e carcerati, per ricostruire gli ambienti. Bello il confronto con attori importanti, con Sergio Rubini ed Ennio Fantastichini, mi sono divertito. Sono fatto così, i percorsi della vita mi riservano sempre delle sorprese, e questa è una di quelle da “mi piace”».

L’incontro guardia-detenuto l’ha sorpreso: «Mi ha salutato subito, appena mi ha visto – dice ancora Deriu – non me l’aspettavo, ma è stata una bella cosa. Abbiamo parlato di quegli anni a Campu Perdu e come capita c’è stato spazio per un po’ di satira su alcuni detenuti di allora. E c’è passata pure qualche guardia. Poi mi ha raccontato della sua vita, del percorso che ha compiuto per riabilitarsi. Si è buttato a fare qualunque cosa, sono contento che ce l’abbia fatta».

Non è mai stato un violento Giommaria Deriu e neppure sul set ha accettato il ruolo del duro: «Dovevo svegliare un detenuto in cella, e siccome non rispettava le disposizioni c’era da usare il manganello. Ho detto no, non l’ho mai fatto, non mi va. Così la scena è stata un po’ cambiata: diciamo che ho usato modi bruschi, strattonandolo per convincerlo a rispettare gli ordini. Sono rimasto uno così, semplice, che crede nell’educazione e nel rispetto. Ho agito sempre secondo coscienza, senza invertire i ruoli. E all’Asinara non era facile».

L’idea di allestire il set a Campu Perdu - ormai in disuso - è venuta proprio a Giommaria Deriu. La produzione del film, infatti, pensava alla diramazione centrale di Cala d’Oliva, dove però ci sarebbero stati dei problemi per le attività artigianali ospitate nelle vecchie celle.

«Ho suggerito di girare le scene nel cortile di Campu Perdu – spiega Deriu – non c’erano neppure fari moderni da smontare. Lì il tempo si è fermato. È stata fatta pulizia, sistemati alcuni locali, le riprese sono cominciate. Tre notti alle 4 del mattino, dopo giornate intere di lavoro. Una bella fatica, ma è una esperienza che rifarei. L’Asinara ci guadagna da queste promozioni: io non sono un attore, resto una guardia che ha fatto il suo percorso di vita e che si è messa a disposizione per dare una mano, ogni volta che è possibile. E l’abbraccio con un uomo libero che torna sull’isola per un film è la dimostrazione che la speranza non muore mai. E ti ripaga di tutto».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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