La partita dell’agente Corso Sacrificio per la vittoria
Sulla scacchiera, la legge e gli eserciti dei narcos e della Camorra
di SABOT
Mio padre morì quando avevo tredici anni. Io e lui non parlavamo molto. Troppo diversi: ognuno preso dalle sue cose. C'era soltanto una passione che ci accomunava: gli scacchi. Era il nostro momento che trascorrevamo in silenzio, dopo cena, perché non c'era bisogno di parole. Non l'ho mai battuto. Era un uomo scaltro e pratico, mio padre. Quando ormai stava davvero male, in ospedale, mi presentai in stanza con la nostra scacchiera sottobraccio, pronto a giocare una partita che sarebbe potuta essere l'ultima. Lui si rifiutò, non era tipo da acconsentire gesti pietosi. Inoltre era ormai quasi cieco. «Sai perché non mi hai mai battuto?» mi disse «Perché prendi il gioco in maniera troppo personale. Gli scacchi sono un gioco di guerra in cui tu sei il re. E lo sai come si sconfigge un re? Portandogli via la sua regina. Non mi hai mai battuto perché tu ti affezioni troppo ai tuoi soldati, i tuoi pezzi. Sei un re troppo buono. Ma non è detto che un re buono sia un buon re. Un buon re è quello che vince la guerra, non quello che salva i suoi soldati che vengono pagati per combattere e morire. Gli scacchi sono un gioco di menzogne, doppi giochi, sangue e tradimenti».
«È una guerra crudele» dissi io. «Mai quanto la vita» rispose lui. «Non c'è vittoria senza sacrificio», disse, e poi chiuse gli occhi. Ancora oggi, ripenso spesso a quelle parole. E non posso che dar ragione a mio padre: lui che non era un uomo di guerra, della guerra però aveva capito tutto.
Ed è a lui che penso ora, chiuso nella stanza di quest'albergo di Madrid. Sul letto pistole e documenti falsi. Sulla scrivania una scacchiera, la stessa che usavo con lui. Solo che la formazione è diversa: ci sono tre re e nessuna regina; e tanti pedoni ignari e sacrificabili, da una parte e dall'altra. Camorra e narcos colombiani. Sono questi i due eserciti. Ma ce n'è un altro molto più silenzioso. È quasi un esercito fantasma: il mio. Quello della Legge. Diversa da quella dei tribunali: è una legge che assomiglia molto a quella degli scacchi dove è lecito sacrificare tutto per la vittoria. Non sono più un bambino. Ora so come muovere i pedoni. Dovrò mandarne molti al macello e non me ne frega niente, perché questa guerra non si può perdere. È una partita che non contempla rivincite. Lancio un'ultima occhiata, prendo una delle pistole ed esco, facendo la prima mossa.
Non dovrei essere qui. Sul mio tesserino c'è scritto: Capitano Antonio Corso, Arma dei Carabinieri. E la bandiera ministeriale è quella italiana, non quella spagnola. Se sono qui è per via di un'indagine nata a Napoli. Un caso delicato che mi ha portato via la mia regina. Sono arrivato seguendo una lunga scia di sangue. In Italia ho giocato seguendo le regole e questo ha portato solo altre morti e vittime innocenti. Ma se vuoi fermare questa gente devi giocare con le loro regole. Da solo in terra straniera non avrei ottenuto niente.
Così ho chiesto l'aiuto di una persona. Si chiama Tania Sagrado, tenente della Guardia Civil. Anche lei ha un conto aperto. Con un narcotrafficante. O sarebbe meglio dire il narcotrafficante: Don Pedro de la Ardila e il suo Cartello.
È una tipa tosta, la tenente Sagrado, mossa da una miscela perfetta di vendetta, odio e ambizione. Penso che sia anche innamorata di me, e la cosa non guasta: insieme forse possiamo davvero farcela in questa missione folle. Il problema è che negli ultimi giorni la sua dedizione alla causa ha subìto qualche scossone.
È strana. Mi sta facendo troppe domande. Si sta mettendo degli scrupoli. Esita prima di agire, e questo non va bene. Non si può tirare indietro proprio ora che siamo a un soffio dal fermare quei mostri. Per questo sono qui.
Per rimetterla in carreggiata. Inforco gli occhiali da sole e appena il bambino lancia la palla mi alzo e vado a recuperarla. Corre ridendo verso di me. Gliela porgo. «Ti chiami Alejandro, vero?». Annuisce. Alle sue spalle gli altri bambini sono impegnati a giocare a nascondino.
La maestra li ha portati al parco dietro la scuola per farli svagare prima di rientrare in classe. Ho poco tempo prima che si accorgano della sua assenza. «Ho bisogno di chiederti un favore, Alejandro. Devi dare una cosa alla mamma da parte mia, puoi?». Annuisce ancora. Gli restituisco il pallone e gli porgo qualcosa. Lui allunga la manina dove lascio cadere tre proiettili. «Non farli vedere a nessuno, è un regalo per la mamma. Devi dirle che Don Pedro gliene darà quanti ne vuole di questi. Lo farai per me?». Il bimbo fissa le munizioni disorientato. «È una missione segreta, la mamma sarà molto fiera di te». Lui sorride e se li mette in tasca. «Bravo» dico scompigliandogli i capelli. «Don Pedro, ricorda. Ora vai». Il piccolo corre felice dai compagni. Mezzo minuto e sparisco dentro un taxi che mi sta aspettando col motore acceso. Questa che ho appena fatto è quella che negli scacchi si chiama mossa obbligata. Ho forzato il gioco. Ho costretto Tania ad agire. Forse i suoi scrupoli venivano dal bambino e dalla paura che gli accadesse qualcosa. Ora, spaventata, lo allontanerà e tornerà da me ancora più vendicativa di prima. Nessuno tocca la famiglia di un poliziotto, lo sanno tutti.
Ho fatto qualcosa di mostruoso nell'usare quel bimbo, lo so. Ma non avevo scelta. Ci sono centinaia di vite in gioco. Ho bisogno di Tania. E ho bisogno che sia cattiva e incazzata.
Ho bisogno che si trasformi in una regina assetata di sangue. Solo così potremo vincere questa partita. Solo così potremo liberarci dal Male.
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