Nell’alto Campidano sotto un cielo infinito brulicante di stelle
Nel piccolo comune nacque nel 1870 il filosofo e poeta Tra i suoi lavori “I rapporti fra l’individuo e l’universo”
di MASSIMO ONOFRI
Oristano, l’antichissima Aristanis, così come nel 636 la registra il bizantino Giorgio Ciprio nella sua “Descriptio orbis romani”, avrebbe ogni diritto per sfidare Nuoro nella pretesa a candidarsi come capitale dell’orgoglio sardo. Qui regnò come giudicessa “reggente”, per conto dei figli minorenni, quella straordinaria donna che fu Eleonora d’Arborea, morta probabilmente di peste tra 1403 e il 1404: punto di riferimento costante d’ogni discorso folclorico fondato su quel mito antropologico isolano che è il matriarcato. Qui, nel 1921, veniva fondato il partito sardo d’azione. Se devo dire la verità, a me Oristano, in una giornata di mite gennaio, ha fatto invece l’impressione d’una deliziosa città-salotto: che ha il suo elegante e confortevole perno nella piazza che alla giudicessa è dedicata.
E’ da Oristano, dentro quel gioco d’acque e di stagni, dai mille riflessi scintillanti, che bisogna partire per arrivare a Villaurbana, piccolo paese con la seicentesca parrocchiale di Santa Margerita a 84 metri sul livello del mare. Ci deve essere qualcosa di speciale, sotto questo cielo di brulicanti stelle, se vi nacque nel 1870 Antioco Zucca, un singolare filosofo poeta che poi sarà ossessionato dall’idea dell’infinito: un postpositivista e postleopardiano che, però, scagionava la Natura da ogni accusa d’esser matrigna, ed ebbe addirittura la stima del premio Nobel Sully-Prudhomme, il cantore del progresso scientifico. Lo stesso Zucca che, celatosi nel panni di Calisto dialogante con Panfilo e Teofilo, in un libro come “L’uomo e l’infinito” (1894) metteva in guardia dal legarsi troppo a beni effimeri e terreni (persino l’amore per una donna o per un figlio), oggi nostri domani chissà: «una sola cosa posso amare con sicurezza cioè senza paura di soggiacere a disinganni: (…) l’Infinito». Forse soltanto il versatile Cesare Brandi, dopo Zucca, avrebbe osato cimentarsi con quel curioso e anacronistico genere letterario-filosofico che era ormai diventato il dialogo d’antica ascendenza platonica. Fatto che la dice lunga sulla sua estraneità alle correnti filosofiche dominanti, ma anche sull’importanza filosofica che attribuì alla letteratura, proprio in quanto ancella del pensiero: e che ha indotto un fine studioso come Sergio Sotgiu, nel suo “L’armonia impossibile”, pubblicato da Il Maestrale nel 2013, a fare il nome di Borges con persuasivi argomenti. E’ da questo libro che ho appreso, su Antioco Zucca di Villaurbana, tutto ciò che so. Mi limiterò a ricordare, tra i numerosi lavori di chi era nato carducciano, “Il lamento del genio” (1898), un poemetto satirico contro Lombroso e le sue tesi relative alla stretta connessione tra genio e fattori degenerativi, ma, soprattutto, “I rapporti fra l’individuo e l’universo” (1937), vera e propria summa ricapitolativa del suo pensiero (620 fittissime pagine per 17 anni di lavoro). Dopo lungo vagare come docente di materie letterarie tra Bari, Cagliari e Roma, non senza numerosi viaggi tra Germania e Francia, Zucca, alla fine degli anni ’30, tornò a Villaurbana, dove, ormai novantenne, morirà d’infarto il 6 maggio 1960. Qui, come si legge in una lettera del 4 aprile 1948 all’amico scrittore Stanis Ruinas, dirà di sentirsi «come in esilio, come in un forzato eremitaggio, come condannato al confino». C’è da credere alle parole di chi fu amico devoto dello scrittore e deputato sardista Paolo Orano? A colui che a Roma aveva con piacere frequentato Grazia Deledda? A chi, vecchissimo e impolitico, accettò di fare pure l’assessore comunale? Mi viene più facile pensare che di quel cielo infinito, di quelle stelle, avesse profondo bisogno.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
