La Nuova Sardegna

Sara e Sandro insieme nell’ultimo saluto

di Paolo Merlini
Sara e Sandro insieme nell’ultimo saluto

L’omicidio-suicidio. Il paese si ferma per i funerali, le 2 famiglie sedute vicine E al passaggio delle bare dopo la messa la folla applaude entrambi i feretri

27 agosto 2014
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INVIATO A OLIENA. Chiusi i bar, i supermercati, i negozi, persino i distributori di benzina. A Oliena è lutto cittadino per la morte di Sara Coinu e Sandro Mula, e gli abitanti accorrono in massa ai funerali. Sono tantissimi, quanti ne può contenere la parrocchia di Sant’Ignazio di Loyola, la chiesa principale del paese. Un migliaio almeno, ma non si contano le persone che hanno atteso nel sagrato e nel corso Vittorio Emanuele. Una donna viene uccisa dal suo uomo che poi si suicida: le cronache riportano queste notizie quasi quotidianamente, come un triste bollettino della violenza estrema sulle donne, ciò che oggi chiamiamo femminicidio. Ma a Oliena si respira anche il senso di una tragedia privata che diventa collettiva. Una sconfitta che è in primo luogo quella di una comunità, come dice il vescovo Mosè Marcìa nella sua omelia: «Dove eravamo quando tutto accadeva? Dovevamo salvarli».

I funerali di Sara e Sandro vengono celebrati insieme, con le due bare che arrivano una dietro l’altra portate a spalla dagli amici della coppia. E comune è anche il necrologio delle due famiglie di provenienza. «Increduli e attoniti, straziati dal grande dolore» lo annunciano sui muri del paese «mamma Tonina», la madre di Sara Coinu, «babbo Antonio e mamma Francesca», i genitori di Sandro Mula. Ma il primo nome è quello del «piccolo Antonio», il figlio undicenne della coppia, attorno al quale è stato stretto un muro di protezione dal giorno della tragedia. Anche a lui si rivolge idealmente monsignor Marcìa quando domanda «quale messaggio arriverà ai nostri figli». Il vescovo di Nuoro affida alle metafore e ai passi del Vangelo le parole di condanna per ciò che è accaduto, ma è perdono la parola che ricorre più frequente: «Non siamo qui per giudicare, ma per perdonare. Non saranno cinque pallottole a separare Sara e Sandro dall'amore di Dio. Chiediamoci piuttosto quali siano le nostre colpe in questa vicenda».

«Erano due giovani allegri e giocosi all’apparenza – dice Marcìa – ma con il loro vivere ci chiedevano aiuto». Il riferimento, sottinteso, è rivolto alla passione di entrambi per le armi, una passione smodata nel caso di Mula, forse anche all’abuso di alcol. Un’accoppiata micidiale che domenica scorsa ha avuto un effetto, sembra dire il vescovo, che forse era prevedibile. «Ero nella necessità e non mi avete assistito», dice monsignor Marcìa riferendosi idealmente all’appello silenzioso che Sandro Mula per primo lanciava con il suo comportamento sopra le righe e che non è stato colto da chi gli stava accanto. Ancora sul concetto di comunità: «Chiediamoci perché siamo qui. Le nostre vite non si incrociano. Non sappiamo più vivere accanto agli altri. Siamo qui per porgere le condoglianze ai familiari di Sara e Sandro ma avremmo dovuto condividere la loro sofferenza quando erano in vita. È la famiglia ad avere bisogno di noi». Ritorna il concetto di due esistenze allo sbando nonostante un’apparente normalità. «Non esiste un vento favorevole per il marinaio che non sa in che porto approdare». Cita Dostoevskij: «Il segreto dell'esistenza non sta soltanto nel vivere, ma anche nel sapere per che cosa si vive». «Dobbiamo avere un perché», conclude il vescovo.

Alla fine della funzione scatta un applauso collettivo, un altro segno dei tempi di cui si è perso il significato. Poi il corteo si dirige in cimitero, dove Sara Coinu e Sandro Mula vengono sepolti in due loculi uno accanto all’altro. Ancora insieme, nonostante tutto.

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