La Nuova Sardegna

«La luce della poesia che illumina il reale»

di Roberta Sanna
«La luce della poesia che illumina il reale»

“Settembre dei poeti”, intervista con Mariangela Gualtieri

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SENEGHE. «Viviamo circondati da una realtà che ci sembra ordinaria. La poesia guarda quella ordinarietà e trova in essa lo straordinario, e lo canta. Blake ci dice che se i nostri canali percettivi fossero puliti, ogni cosa ci apparirebbe per quello che è, infinita». Funziona così, per la poetessa Mariangela Gualtieri, che al Cabudanne de sos poetas è stata ospite più volte, ha curato i testi del recente volume "A Seneghe" e quest’anno il coordinamento del cartellone artistico. Si riferisce alla luce che la parola poetica è capace di portare. «La poesia illumina ciò che di continuo abbiamo sotto gli occhi e che non vediamo, così una strada, un frutto, un’alba, un piatto di pasta, una faccia, una pianta, una qualunque cosa di questo tempo viene rivelata nel suo appartenere anche ad un altro tempo, a leggi che sono ben più vaste e che reggono l’universo». Ecco cosa fa il poeta: «È un grande attento: guarda proprio lì dove tutti guardano, riuscendo a scorgere però ciò che di solito non viene visto. Un grande attento e un esperto di sottigliezza, perché ciò che vede appartiene alla categoria del sottile».

A Seneghe, i poeti l’attenzione la scoprono anche in chi ascolta. «C’è una qualità dell’ascolto che trovo molto alta. Il pubblico, in genere, sta in silenzio, ma ogni silenzio è diverso dall’altro, ogni luogo ha il proprio silenzio. Spesso pensiamo che la partecipazione debba avere gesti, movimenti, ma io credo che, per quanto riguarda la poesia, quanto più si è immobili, tanto più si è partecipi. Si fa in qualche modo corpo comune, o potrei dire, citando Keats, si arriva insieme a fare anima».

Importante, sottolinea Gualtieri, è anche ciò che qui non si vede accadere: «C’è grande nitore, una dedizione e cura del festival che escludono mire personalistiche, giochi anche piccoli di potere. Ma la poesia dà esiti a lungo termine e anche questo mi piace di Seneghe: si ha gran cura della semina, con la certezza che darà un esito sicuro, ma poi si lascia che le gestazioni abbiano il loro corso».

Molto qui ha seminato Franco Loi, riconosciuto come «respiro vitale e punto di riferimento» del Festival, e ospite anche quest’anno. «Franco Loi non è soltanto un grande poeta, ormai è diventato lui stesso poesia. Non sempre succede, non a tutti, credo. La gente se ne accorge, lo sente, lo sa, ed è bello vedere come Franco sia amato qui a Seneghe. In lui la qualità umana coincide con la qualità poetica e questo non è per niente scontato», dice Gualtieri. E aggiunge: «Per me è un maestro, e un maestro è davvero un grandissimo regalo che la vita ci fa. Forse anche le sue origini sarde incidono, ma è la sua grande apertura a tutti, la sua attenzione a tutti, e soprattutto le sue parole che con grande semplicità sistemano in noi questioni aggrovigliate, annebbiate, confuse».

Se la poesia fa chiarezza, il teatro fa comunità. Attraverso l’esito scenico del laboratorio della non-scuola di Roberto Magnani Seneghe vede ogni anno i propri adolescenti in scena. Per Gualtieri è una consegna delle chiavi segrete per il futuro del festival. «Il teatro chiede una partecipazione totale e avvicina a tutte le arti, alla poesia, alla danza, alla musica. E, cosa molto importante, chiede uno spirito comunitario: ognuno deve essere al massimo e sostenere al massimo l’espressione di tutti gli altri. Nel bellissimo lavoro di Magnani è sempre molto curato l’aspetto corale: si sente la grande solidarietà fra i ragazzi, la loro ebbrezza di essere lì, il piacere di fare un dono al paese, un dono di grande qualità. Troppo spesso dimentichiamo di imparare da loro, grande maestri di gioia, di schiettezza, di immediatezza».

Un altro momento di teatralità al festival ci sarà con Danio Manfredini. A questo proposito Gualtieri parla di teatro di poesia, cui è legata nel fecondo sodalizio con il Teatro Valdoca. «La definizione è di Pier Paolo Pasolini, che lo contrapponeva al teatro della chiacchiera. Con teatro di poesia intendo un teatro non narrativo, un teatro che rivela, più che rappresentare. Un teatro che non dà conferme, ma piuttosto dà vertigini, e dunque toglie certezze, in parte confonde. Sono convinta che al teatro serva una lingua festiva, una lingua rituale, il verso, insomma, la poesia come lingua elettiva, cioè una lingua capace di parlare da una profondità ad un’altra profondità. E alla poesia serve un rito corale, bisogna farla uscire dalla pagina scritta e farla diventare voce, gesto, corpo ed essere insieme ad ascoltarla. E’ un sodalizio perfetto quello fra poesia e teatro, e da esso sono arrivate le migliori esperienze, da Eschilo a William Shakespeare».

Se per Antonella Anedda quest’anno a Seneghe sarà un apprezzato ritorno, gli altri ospiti, scelti per la qualità alta, sono qui per la prima volta. Franco Arminio con «la sua capacità di fare poesia a partire anche dalla devastazione e dall’abbandono di certi paesi del sud», i troppo poco conosciuti Marco Munaro e Francesco Balsamo o i giovani di valore Nicola D’Altri e Roberta Sireno. E Pierluigi Cappello «che dopo i meritati riconoscimenti non poteva mancare, anche se a distanza». E ancora, conclude Gualtieri, «Emanuele Trevi, scrittore e critico, ha una visione critica molto accogliente, amorosa, una grandissima maturità legata ad una leggerezza umoristica. Marcello Fois mi sembra una fra le voci più importanti di questo tempo, una scrittura che entusiasma. E i due ospiti stranieri, James McKendrick e Martin Rueff, entrambi innamorati del nostro paese, li penso entrambi come porte, canali che aprano una visione sulla poesia europea contemporanea».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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