La Nuova Sardegna

Riformatori, no al Patto di stabilità

Riformatori, no al Patto di stabilità

Per l’opposizione è un bluff, un accordo che sarà dannoso per la Sardegna

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CAGLIARI. «Il Patto di stabilità voluto da Pigliaru e Paci è un grande bluff». Lo hanno denunciato ieri i Riformatori: «I sardi devono sapere che è stato chiuso dalla Regione un accordo che ci farà perdere molti soldi», ha spiegato Franco Meloni. La situazione è negativa per il futuro e drammatica per le casse della Regione in prospettiva della Finanziaria, tanto che - a giudizio dei Riformatori - servirà una moratoria sull'accordo tra la Regione e il ministero delle Finanze sul pareggio di bilancio per il 2015 o una soluzione temporanea che eviti di perdere risorse e gli effetti positivi dei ricorsi pendenti davanto alla Corte Costituzionale, come quello sulle accise, che vale oltre un miliardo di euro. La massa disponinile nel 2015 è di 300 milioni di euro in meno: da 2,9 miliardi più i 3,3 della sanità ai 2,6 più la sanità del 2014 e quindi ai 2,2 miliardi più la sanità. «Non solo non aggiungono risorse ma continuano a portarcele via», dice il coordinatore del Centro studi, Franco Meloni. «Nel negoziato con lo Stato l'assessore Paci avrebbe dovuto chiedere una riduzione degli accantonamenti dovuti allo Stato per la contribuzione della Regione al risanamento del debito pubblico nazionale: quest'anno stiamo parlando di 570 milioni, mentre per il prossimo anno arriveremo a 600». Secondo i Riformatori, (erano presenti, tra gli altri, Pierpaolo Vargiu, Michele Cossa, Pietrino Fois, Attilio Dedoni e Sergio Pisano), «è stato un grave errore la rinuncia ai ricorsi nei confronti del Governo: «Cosa accadrà se la Consulta desse ragione alla Sardegna sulle accise? hanno chiesto. «E’ una sottomissione della Regione allo Stato e la Sardegna è l'unica delle Regioni speciali ad avere accettato». Sergio Pisano, afferma: «La condizione nella quale ci ritroveremo è peggiorativa rispetto alle risorse con il pareggio di bilancio che va monitorato giorno per giorno, perché abbiamo ceduto allo Stato anche l'accertamento delle entrate, determinando così anche i flussi di cassa».

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