La Nuova Sardegna

La corsa degli scalzi Magia di un rito antico

di Claudio Zoccheddu
La corsa degli scalzi Magia di un rito antico

Ieri all’alba a Cabras una cerimonia di grande suggestione

3 MINUTI DI LETTURA





CABRAS. Spuntano dalla polvere senza fare rumore. Quando gli scalzi di San Salvatore pestano i piedi in certi punti del sentiero sterrato lo fanno in silenzio. Centinaia di uomini a piedi nudi, sudati e avvolti in un saio che fino pochi minuti prima era bianco, escono da una nube di polvere con lo sguardo fisso sulla bandiera, che precede il gruppo e indica la strada da seguire, e sulla portantina, che racchiude il simulacro del santo. Sono questi i momenti in cui dalla corsa degli scalzi racconta un passato ancestrale di cui si sono persi quasi tutti i ricordi. Quegli attimi di silenzio in cui i “curridoris” sfilano lontani dalla folla sono un viaggio indietro nel tempo. La corsa rivela un’epoca che non esiste più ma che, il primo sabato e la prima domenica di settembre, ritorna nel Sinis annunciata dal calpestio discreto dei piedi scalzi di centinaia di corridori che segue un canovaccio rimasto pressoché immutato negli ultimi seicento anni.

Anche ieri il copione è stato recitato come impone la tradizione. Gli scalzi si sono incontrati in cima agli scalini della chiesa di Santa Maria Assunta quando l’orologio aveva da poco superato le sei del mattino. Dopo aver indossato il saio, un piccolo rito personale che si compie nel salone parrocchiale affianco alla basilica, c’è appena il tempo di raggiungere il posto assegnato in chiesa prima che inizi la messa. Una funzione affollatissima che culmina in una lunga processione fino alla periferia del paese, in direzione del mare.

Gli scalzi colorano di bianco le strade di Cabras e, divisi in due lunghe ali spiegate sui margini della carreggiata, attendono che la prima “muda” sollevi il simulacro e inizi la corsa. I “curridoris” sono divisi gruppi che, a loro volta, sono composti da “mudasa”, terzetti di corridori che si alterano nel trasporto della bandiera e del simulacro. Quando il sole inizia a scaldare il Sinis, la corsa sta per partire. Prima, però, è necessario recitare l’augurio rituale, la formula che dà il via alla processione di corsa: “Currei in nomine ‘e Deus”, ha urlato il parroco poco prima che i piedi degli scalzi inizino a misurare la loro resistenza sull’asfalto.

Il primo tratto della corsa, quello sull’asfalto, è forse il più insidioso. L’assenza dell’ammortizzazione garantita dalle scarpe prova i polpacci e i muscoli delle cosce mentre i tratti più consumati di asfalto si trasformano in una gigantesca grattugia da cui è impossibile sfuggire.

Qualcuno corre sulle linee di mezzeria, leggermente più lisce. Ma è una soddisfazione effimera. Tanto che l’inizio della stradina sterrata, più o meno intorno alla metà degli otto chilometri percorsi dagli scalzi, è un sollievo per tutti. Certo, le pietre fanno paura ma l’impatto con il suolo è molto più dolce sullo sterrato. Tra le controindicazioni c’è però la polvere alzata dalla corsa, un dettaglio apprezzato dai fotografi che aiuta a donare un’immagina atavica agli scalzi. La polvere non è solo poesia ma sale lungo le narici e provoca qualche problema di respirazione agli scalzi meno allenati. Procedere lungo il sentiero non è facile ma quando lo sguardo raggiunge il villaggio, la fatica e i fastidi diventano dettagli marginali di un momento in cui il pensiero degli scalzi è già rivolto al giorno dopo.

La prima parte della corsa è terminata e la distanza che separa i curridoris dall’attimo in cui verrà sciolto il voto fatto al santo è molto più vicino. Stasera infatti, gli scalzi completeranno il loro viaggio percorrendo la stessa strada ma in senso opposto, da San Salvatore a Cabras per concludere una corsa che arriva dal passato ma che scandisce i ritmi di vita di centinaia di uomini scalzi che, ogni anno, corrono con i piedi e con il cuore.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
L’opinione

Caro carburanti, in arrivo la vera stangata: ecco chi ci guadagna davvero dagli aumenti

di Paolo Ardovino
Le nostre iniziative