La Nuova Sardegna

La piazza: qui per chiedere il cambiamento

La piazza: qui per chiedere il cambiamento

I manifestanti con cartelli e bandiere hanno ribadito il loro no alle basi militari e ai test di guerra

2 MINUTI DI LETTURA





CAPO FRASCA. Mancavano soltanto i cartelli con la scritta “Yankee go home”. Per il resto è stato un tuffo nel passato, di botto sembrava essere tornati in pieno Sessantotto sardo. Manifesti rossi con in nero lo slogan “No alle basi”. “Danziamo non bombardiamo”, “Uniti vinceremo”, “Non fate cadere in prescrizione il reato di disastro ambientale” gli appelli in decine di altre bandiere con le sigle di tutti i movimenti. Nord e centro Sardegna nelle prime linee del fronte anti-poligoni.

Dice il sassarese Cesare Manca, ex militante di Autonomia operaia, espulso dal Psd’Az negli anni '70: «Sarebbe ora che tutte le basi fossero buttate a mare. Più spazio ai pescatori, ai contadini e ai pastori: il mare e le terre sono loro, non dei militari». «Non abbiamo mai avuto bisogno di tutte queste strutture militari in Sardegna e meno che mai adesso», gli fa eco lo scrittore e giornalista Nello Rubattu, anche lui sassarese, dal 1975 indipendentista di sinistra. Così, mentre il maestrale e le nuvole fanno calare la temperatura di oltre 30 gradi e rendono più tollerabile ascoltare gli interventi che si succedono dal palco, ragazzi, donne e bambini si distribuiscono su tutta l'area circostante, sino ad arrivare alla piccola collina che domina Capo Frasca e a issare sin lì i simboli della rivolta. «Per il futuro nostro e dei nostri figli dobbiamo salutare con favore il ritorno alla consapevolezza del popolo sardo su questi problemi», sostiene la pedagogista sassarese Letizia Camedda, 38 anni, che da qualche tempo vive a Oristano. E il goceanino di Bono Martino Faedda, 42 anni, che si definisce semplicemente «un sardo e quindi un indipendentista».

Lapidaria Paola Pilisio, presidente regionale del comitato "Non bruciamoci il futuro", arrivata dal capoluogo di nord-ovest dell'isola insieme a un gruppo di compagne: «Siamo qua per dare la nostra testimonianza contro tutte le servitù, militari e industriali: 30mila ettari occupati dai soldati e 447mila mai bonificati dopo l'inquinamento delle ciminiere a Porto Torres e nel Sulcis Iglesiente devono tornare alla nostra gente per contribuire alla crescita dell'isola».

E mentre dal palco arrivano le ultime battute dei rappresentanti dei movimenti c'è ancora tempo per gli ultimi commenti. «I terreni oggi occupati dall'esercito possono essere riqualificati dal punto di vista tecnologico per la ricerca», sostiene Carlo Monaco, algherese, dirigente della Css per Sassari e centri vicini. «Vinceremo questa guerra», si limita a dire Cristiano Sabino, del Fiu, a Sassari solo pochi mesi fa candidato alla carica di sindaco. E la sua collega Ninni Tedesco, portavoce del Fronte unidu per la Sardegna aggiunge chiude con la consueta determinazione: «Nel nostro programma politico è prevista la fine delle servitù militari. E tutti siano sicuri: riusciremo a conquistare questo traguardo». (pgp)

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Il provvedimento

Abusi edilizi e scarichi irregolari: chiuso il ristorante “Sapore di mare”, ex Chicca Piperita

di Argentino Tellini
Le nostre iniziative