Rosella Pastorino, la colpa prossimale
La scrittrice a Cagliari con Stephan Enter e Francesca Melandri
CAGLIARI. Con buona pratica al Marina Cafè Noir si invitano spesso autori ospiti del festival ad essere nelle successive edizioni anfitrioni per altri scrittori. A Michela Murgia e Francesco Abate l’impegno è toccato domenica, serata di chiusura, nei due rispettivi incontri con Stephan Enter e con Rosella Postorino e Francesca Melandri. Nel dialogo con Enter, timido quanto affermato autore olandese che vede la scrittura come metodo per capire la vita, Michela Murgia, tra battute sagaci, citazioni colte e intuizioni, ha evidenziato i temi profondi de “La presa” – romanzo a suo parere introspettivo e immaginifico, in cui “succedono poche cose fuori e molte dentro” – con il quale Iperborea ha cominciato quest’anno a far conoscere l’autore in Italia. Al centro del libro quattro amici che a vent’anni vivono una situazione quasi magica durante un’escursione in montagna. Un fatto con risvolti misteriosi farà divergere i binari delle loro vite. Il guardare indietro di uno di loro vent’anni dopo diventa occasione per l’autore, anche lui quarantenne, per proporre provocatoriamente l’idea d’immortalità, accesa all’inizio del romanzo da una notizia che ipotizza questa possibilità futura. Attraverso questa fascinazione Enter esplora il potere unico del ricordo e mette a confronto le speranze della giovinezza con il coraggio di prendere decisioni. In realtà sarà il personaggio femminile – straordinariamente descritto come inafferrabile e affascinante, sottolinea Murgia – l’unico capace di scegliere fra le infinite possibilità per vivere veramente.
Verte sulle vite dentro e intorno al carcere e su quella insidiosa condizione che è la “colpa prossimale”, l’appuntamento presentato da Francesco Abate, che affida alla cronista di nera Manuela Arca l’impegno di condurre il dialogo con le due scrittrici accomunate dal tema dei loro romanzi. In “Corpi docili” (Einaudi 2013), titolo che fa riferimento alle teorie di Foucault, Rosella Postorino sceglie come protagonista Milena, una giovane che si prende cura dei bambini reclusi, con i quali condivide l’esperienza di essere nata da una madre detenuta da cui viene divisa, secondo le disposizioni di legge, al compimento dei tre anni.
La colpa prossimale – il sentirsi colpevoli per vicinanza o parentela con il responsabile di un reato, una colpa da cui ci si sente investiti per eredità e quindi non redimibile – è anche la chiave di “Più alto del mare” (Rizzoli 2012). Nel romanzo che Francesca Melandri ha ambientato durante gli anni di piombo, nel carcere dell’Asinara, due personaggi – la moglie di un omicida e il padre di un terrorista – bloccati dal maltempo, trascorrono una notte nell’isola, insieme ad una guardia carceraria, terzo protagonista. L’appassionato, quasi irruente confronto tra le due autrici ha toccato diversi aspetti degli effetti in chi è coinvolto in situazioni detentive, come quello sulla percezione del tempo, profondamente sentito nel corpo e sulle premesse relazionali di chi compie reati violenti.
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