La Nuova Sardegna

Sassari come è stata Storia di Villa Tavolara

di Sandro Roggio
Sassari come è stata Storia di Villa Tavolara

Una telefonata da Napoli, i ricordi della vecchia proprietaria

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di Sandro Roggio

La storia delle foto che vedete a corredo di questo pezzo è una prova del legame intenso che manteniamo con le case: attraverso ricordi che aiutano a mettere a fuoco il passato – lunghe stagioni o attimi – e sentimenti un po' misteriosi che ognuno spiega a modo suo. Perché ogni casa, si sa, ha un significato speciale per chi la abita. «Per me, la casa è importante, più che per la bellezza delle stanze e per i mobili, perché è il centro del mondo che ho in testa», ha scritto il romanziere turco Orhan Pamuk, che racconta le case in modo appassionato.

Non sapevo chi fosse Anna Tavolara quando mi ha chiamato da Napoli per parlarmi del mio articolo sull'architetto Angelo Marogna (1842- 1934) pubblicato qualche mese fa su queste pagine. «L'ho letto su Internet" – mi ha detto. Nella lunga telefonata sono poi emersi la veneranda età della signora – 96 anni – e il suo coinvolgimento in una vicenda nella quale si sente un po' protagonista. Sassarese, dopo il matrimonio con un affermato notaio napoletano, il trasferimento nella città del marito (1954), nel cuore di Santa Lucia, celebre quartiere del lungomare cantato tra gli altri da Enrico Caruso e Elvis Presley. Alle spalle l'altra vita nella città natale, nell'appendice moderna di Cappuccini dov'era andata ad abitare quando aveva due anni («allora il Fosso della Noce era un bosco fitto»). Al numero 15 di viale San Francesco, all'angolo con viale Caprera: nella grande villa fatta costruire dal padre Guiscardo su progetto di Marogna che aveva optato per una composizione e un apparato decorativo scostati dalla sua cifra stilistica (forse per non rischiare di replicare soluzioni adottate per la dirimpettaia villa dei Sisini, parenti dei Tavolara e dello stesso architetto).

Nell'articolo avevo fatto un cenno alla perdita della villa – il lotto è stato occupato da palazzi dopo il 1961 – e della quale quale è rimasto qualche vago ricordo (esiste solo una ripresa sfuocata del fronte secondario per quanto mi risulta). Ed ecco il senso della telefonata: affezionata alla casa, aveva provato ad opporsi alla vendita e alla demolizione, e ci teneva a dirmelo. Saputo dell'avvio dei lavori – annunciato dal taglio dei numerosi pini nel giardino da 3mila mq – era rientrata Sassari senza riuscire a impedire l'esecuzione della sentenza. Un insuccesso previsto: tant'è che aveva premeditato in viaggio di fare scattare una foto (ovvero due a diversa distanza), per non dimenticarsela quella facciata resa drammatica dal cantiere incombente. Ma non si vedono i dettagli, che Anna Tavolara descrive con precisione, come se li avesse davanti: un fregio fitomorfo all'ingresso, le figure a tinte tenui nelle pareti della sua stanza, autore il padre del pittore Libero Meledina.

Le fotografie erano misteriosamente sparite, quasi subito – mi ha raccontato. E ritrovate di recente, dopo la scomparsa del marito che le aveva nascoste per evitarle di rinnovare il dispiacere, perché rinunciasse a guardare il mondo attraverso quella casa – direbbe Pamuk. Credo che abbia smesso di rimpiangerla dopo l'acquisto avventuroso di un prestigioso appartamento nell'unico edificio realizzato a Napoli su progetto di Gino Coppedè, tra i protagonisti dell'architettura italiana nei primi decenni del secolo scorso.

Le foto. Concorreranno ad ampliare il repertorio iconografico "Sassari com'era", che suscita tristezza per quanto è vasto. E dal quale si deduce il programma lungimirante della città tra Otto e Novecento – la sua classe dirigente attenta ai migliori esempi continentali – una visione rinnegata dal/nel libero mercato sassarese, lasciato liberissimo di fare e disfare in quest'ultimo mezzo secolo, indifferente a valori collettivi com'è normalmente. Negli anni del boom agli esordi quella demolizione inaugurava l'applicazione della formula fruttuosa: metti un edificio multipiano al posto di uno molto più piccolo. Il valore di scambio che stravince sul valore d'uso. Lo svolgimento – ogni picconata un rassicurante sintomo di vitalità – ha contato su un consenso largo e duraturo, chissenefrega dell'eleganza (perduta) che ha avvantaggiato altre città. Sarebbe servito interrogarsi sulla troppo breve vita della casa di viale San Francesco, perché sono davvero pochi 40 anni di esistenza per un immobile pensato per durare molto ma molto di più – si dice immobile, appunto. Una anomalia ignorata, e così tante case di estrazione modernista, ancora belle e giovani, hanno subito la stessa sorte di quella di Anna Tavolara. Ma il rimpianto è volto quasi in esclusiva al castello, vittima illustre tra le più commemorate, e nessuna indulgenza per i colpevoli: eppure nell'Ottocento demolire mura e fortezze era una pratica catartica diffusa.

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