“Giorni di spasimato amore” Vivere nel ricordo doloroso
L’ultimo lavoro di Romana Petri, un libro di raro valore destinato a restare Antonio conduce la sua esistenza come se la sua amata non fosse mai morta
Gli muore tra le braccia, Lucia, e Antonio, disperato, non può far altro che raggiungere un fienile, adagiarla sulla paglia e poi vegliarla per tutta la notte. All’alba corre dai genitori di lei per informarli, ma anche per cercare un medico: non ce ne sarebbe bisogno, perché il proiettile volato durante lo scontro tra tedeschi e partigiani l’ha portata via per sempre, ma per lui il dolore è troppo grande da sopportare e può continuare a vivere la sua vita solo credendo che quella morte non sia mai avvenuta.
Da qui in avanti, fino all’ultimo dei suoi giorni, Antonio si comporterà davvero come se Lucia fosse al suo fianco, con tutto quello che ne consegue: in città infatti nessuno tranne lui vede quella compagna immaginaria, né sente le domande o le questioni che lei pone e alle quali lui non si stanca mai di rispondere. La nomea di spostato aderisce presto alla sua persona come una seconda pelle ma lui, sempre bellissimo ed elegante nella figura, cercato e allo stesso rifuggito dalle donne, che ne guardano con sospetto le stranezze, non si cruccia affatto di questo: per amore di Lucia è disposto anche a mandare all’aria il matrimonio con la figlia del direttore dell’ufficio postale in cui lavora, la quale ha pensato, ahilei sbagliando, di poter vincere la battaglia contro il ricordo di quel sentimento appena intravisto e subito sfiorito nel sangue.
L’amore di Antonio, ideale e idealizzato, non conoscerà mai dubbi o cedimenti: si autoalimenterà nel dolore fino a consumare, letteralmente, l’uomo. “Giorni di spasimato amore” di Romana Petri (Longanesi, 210 pagine, 14,90 euro) è un romanzo di raro valore. Rifugge il legame con il tempo in cui viene pubblicato: fosse uscito sessanta anni fa, od oltre la metà del nostro ventunesimo secolo, non farebbe differenza alcuna, e a prescindere dal risultato commerciale si è di fronte con buona probabilità a un libro destinato a restare. Questo perché la Petri ha un’abilità preziosa nel costruire il carattere del protagonista e la storia del suo impossibile legame che trascende il piano della pura materialità: Antonio sembra così l’ultimo discendente di quella genia che ha reso nobile il Novecento letterario e che fa capo a Zeno Cosini, per citare il più famoso, e vanta anche una stretta parentela con i pazzi pirandelliani. È un inetto, insomma, un inabile alla vita. Con una differenza, però, fondamentale: che i suoi predecessori inetti ci sono nati, mentre Antonio sceglie di diventarlo ritirandosi, ancora giovanissimo, in un mondo in cui la sofferenza è scomparsa dopo aver cristallizzato, e reso impossibile da scalfire, l’amore.
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