La protesta blocca lo scalo i dipendenti in rivolta
La manifestazione del personale inizia davanti al cancello blindato della sede Poi tutti dentro l’aeroporto sorvegliati dagli agenti in tenuta antisommossa
OLBIA. La pasionaria di Alitalia era stata Daniela Martani. Bella, aggressiva, si fece notare per la foga e la creatività con cui si distinse dalle migliaia di colleghi che protestavano contro i licenziamenti. Una volta prese un cappio, lo agitò, e simboleggiò l'agonia cui andavano incontro i lavoratori. Una star, per le tv. Tanto è vero che poi andò al Grande Fratello.
Quella di Meridiana ha i contorni gentili di una mamma. Di una hostess precaria che quando ha finalmente raggiunto il contratto fisso, dopo anni e anni da stagionale, si è trovata pochi mesi dopo cassaintegrata. Di una donna che vive con un pilota. Ora sia lei che lui - genitori di una ragazza di 17 anni - rischiano di trovarsi senza lavoro. Perché non sono sposati, e la legge non li tutela doppiamente: né come coppia né come lavoratori.
Un paradosso tutto italiano che Valeria Mangano, siciliana di Catania, olbiese d'adozione, fa esplodere davanti alla palazzina di Meridiana in cui i dipendenti - 400, forse anche di più - arrivano alle 12, dopo due ore di assemblea all'aeroporto, sotto il vecchio aereo Beechcraft appeso al soffitto che sembra voglia piombare sul loro lavoro, sulla loro storia.
Ci sono poliziotti e carabinieri in assetto antisommossa, a presidio del cancello in alluminio che fa della sede di Meridiana una fortezza. I dipendenti - guidati da Francesco Staccioli dell'Usb - vorrebbero mettere le loro firme, con l'Uniposca, marchio indelebile, su quel cancello. Un muro del pianto per il lavoro perso. Un muro della vergogna per l'azienda, secondo tutti. «È Scaramella che dovete bloccare. Scaramella. Non noi» urla Valeria Mangano. E tutte le telecamere sono per lei, così dolce, così forte, davanti a un funzionario di polizia fermo ma gentile. È il momento più duro, teso, della giornata. Poi tutto si calma. Valeria Mangano riceve l'abbraccio del marito, Sandro Serra, nato a Sassari, cresciuto a Nuoro, da una vita a Olbia. E se gli si chiede, “di dove è, lei?”, lui dice, senza esitazioni: gallurese. Perché Meridiana, e Olbia, hanno creato questa nuova identità per molti, moltissimi. E oggi la città rischia di perderli, questi suoi e vecchi e nuovi cittadini: 479 esuberi su 696 dipendenti. Interi settori cancellati, flotta ridotta a due aerei, hangar semi chiuso.
I sindacati cercano una soluzione, seppure non sempre uniti. La richiesta principale, come dice Mauro Rossi della Cgil, è quella di «avere altri due anni di cassa integrazione dal giugno del 2015». Lo è anche della Cisl, dell’Usb, dei Cobas. E quando al pomeriggio Rigotti dirà no perché non è possibile, Rossi lo attaccherà duramente: «Lei dice inesattezze. E lo fa con la volontà criminale di provocare per coprire il disegno che avete, quello di chiudere Meridiana a favore di Air Italy». La richiesta di due anni di cassa è anche politica. Avanzata da Scanu (Pd), impegna tutto il Comune di Olbia e la Regione, «perché Cagliari - dice - deve uscire dalle dichiarazioni, deve fare atti concreti e questa richiesta è l’unica». La Uil, con William Zonca, chiede che «la procedura dei licenziamenti venga sospesa; poi ripartiamo con il dialogo senza preconcetti». Oggi a Roma si vedrà.
Per ora, come liberazione, forse, l’applauso più forte va a Sandro Spano, leader dell’Apm, l’associazione dei piloti Meridiana (quelli con base in Sardegna). Ce l’ha con Scaramella e i predecessori («responsabili delle scelte errate»), con l’Aga Khan («non basta mettere i soldi, se poi non controlla come vengono usati»), con la Regione («Deiana controlli ciò che fa Meridiana»). E poi a Staccioli dell’Usb. Arringa i dipendenti, lancia accuse, li porta sotto la palazzina. Quando non gli permettono di mettere le firme sul cancello, non insiste. Dice: «Se non oggi, domani. Ma i nostri nomi resteranno sulla coscienza di chi li vuole cancellare e non ci riuscirà». (g.pi.)
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