La Nuova Sardegna

Passato e futuro nella Macondo della Sardegna

di Walter Porcedda
Passato e futuro nella Macondo della Sardegna

Visita a Collinas sul set del film di Enrico Pau. E da venerdì si gira nel centro di Cagliari

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di Walter Porcedda

COLLINAS.. Tornare a Macondo. A un luogo comune e immaginario di un'infanzia perduta della Sardegna colta sulle soglie della modernità, un attimo prima di uscire dalla linea d'ombra del mito. Tante sensazioni agitano i cuori di chi entra dentro l'obliqua corte in salita dell'austera casa al centro del lindo borgo di Collinas. Fino all'altro giorno ha ospitato le riprese de "L’Accabadora" nuovo film del regista cagliaritano Enrico Pau, racconto sospeso nel tempo e con finale a sorpresa. Da venerdì il set si trasferisce in una Cagliari martoriata dalla recente guerra, ultima parte di una trama ambientata negli anni Quaranta che intreccia campagna e città, passato remoto e futuro prossimo.

E ricorda proprio un relitto emerso da un'epoca lontana questa casa dall'architettura a moduli, in parte modellata su un'antica domus, che come un disegno a incastri di Escher sembra essere uno specchio tortuoso dell'anima. Luogo simbolico per ospitare le vicende di Annetta, donna di mezza età – nella pellicola una volitiva e sensuale Donatella Finocchiaro –, vestita di nero e custode di segreti inconfessabili che rimandano come un mantra a un'arcaicità scolpita nella pietra.

Sacerdotessa dispensatrice di "buona morte" ha con sé un cuscino, un piccolo giogo e una mazza avvolti in un fardello di stoffa nera. Ultima catena di un rituale antico (quello che secondo tradizioni e mito assicurava nell’isola il trapasso a chi soffriva le pene d'inferno), e donna in fuga al centro di un allineamento obliquo fatto di tempi diversi.

Come suggerisce l'incredibile magione al centro di Collinas edificata in modo austero eppure bizzarro mettendo insieme ladini e pietre, antichi capitelli e colonne di arenaria provenienti da chissà quali vestigia, come una sorprendente cornice lignea del Seicento che circonda la porta della domus, una volta oltrepassata la piccola loggia, da cui si domina l'intera corte e guarda lontano verso le colline attorno al villaggio.

Location perfetta come suggerisce Pau per ospitare l'incipit di «storie che rimangono sempre avvolte dal mistero del loro stare a metà strada, sospese, tra la leggenda e la realtà». E infatti Casa Tuveri, così si chiama l'abitazione diventata pochi anni fa di proprietà comunale e destinata ad ospitare una scuola di scalpellini, evoca il mito sì, ma anche la quotidianità, rimandando ad altre storie. Qui visse oltre i novanta, fino a dieci anni fa, Peppinedda, una degli otto figli, cinque maschi e tre femmine, del capofamiglia Roberto Tuveri, anch'egli con una vita da raccontare alla maniera di Garcia Màrquez. In questo stesso spazio di terra videro tutti la vita e la morte intrecciarsi nell'inesorabile e continuo scorrere del tempo.

Ecco, è forse anche per questo, nella scelta dei luoghi, che un film può rivelare l'essenza più intima dell'ispirazione divenuta poi materiale poetico nello sguardo del cineasta. Così si capisce come, pur ispirato da una figura tra leggenda e realtà come l'accabadora, questo non sarà un film sulla eutanasia. «Quello è infatti un tema sotterraneo _ spiega il regista mentre fa da cicerone negli ambienti del set _ confinato nella prima parte della pellicola con un tratto di documentazione di un fatto storico. Il nostro intento non è di fare un ragionamento sull'eutanasia. La cosa più bella anche grazie all'interpretazione di Donatella, fino in fondo in questo progetto _confesso: sia io che Antonia Iaccarino (sceneggiatrice del film, autrice anche del soggetto con Pau e Igort) avevamo sempre in mente lei come interprete _ è invece che il film racconti una donna mentre sta vivendo un momento importantissimo della propria vita».

Dalla "buona morte" alla vita quindi. «Alla vita in tutte le sue forme, anche le più sensuali. Nonostante la guerra Annetta si innamorerà di un medico, Barry Ward (attore irlandese) . Qui invece _ dice Pau indicando la corte _ è il prima, il suo universo arcaico. Poi incontrerà l’amore in mezzo alle bombe». Una metafora della Sardegna. «Certo. Indica il passaggio verso la modernità che nella nostra isola arriva con una tecnologia maledetta come furono le bombe, appunto».

E la Finocchiaro: «Annetta è un personaggio forte e fragile allo stesso tempo. E' la fragilità del suo destino a renderla quasi un automa. Personaggio tra storia e mitologia, misteriosissimo e un po' da favola. Nel villaggio è circondata dal rispetto profondo e un po' tribale della collettività che però non le fa vivere emozioni e desideri. Annetta non ha una vita normale. Non possiede famiglia né un uomo accanto a sé. Vive solitaria nella sua grande casa con una missione da compiere, come un medico e il guaritore di una volta. Una sciamana».

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