La Nuova Sardegna

Parlano gli operai: ormai siamo poveri, è difficile dirlo ai figli

di Gianni Bazzoni
Parlano gli operai: ormai siamo poveri, è difficile dirlo ai figli

Le difficoltà per tirare avanti nelle storie di vita quotidiana «L’hanno capito da soli: con 850 euro al mese è un’agonia»

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SASSARI. «Come l’ho spiegato ai miei figli? L’hanno capito da soli: un segnale dopo l’altro, una rinuncia oggi e l’altra domani. E alla fine ho pronunciato la frase senza fare più giri di parole, provando a guardare in faccia i ragazzi: ho detto che improvvisamente siamo diventati poveri, che sarà dura, che ci proverò con tutte le mie forze. Ma ora è così, siamo marchiati dalla crisi senza avere alcuna colpa». Gavino ha 53 anni, due figli di 19 e 23, uno studia e l’altro ha interrotto il percorso universitario a metà per cercare un lavoro che finora non ha trovato. Operaio specializzato, una vita nell’indotto dello stabilimento petrolchimico di Porto Torres, oggi è un cassintegrato a 850 euro al mese: «Quando arrivano».

La sua storia l’avrebbe raccontata con nome e cognome, con tutta la rabbia che si porta dentro, ma «siamo una famiglia», dice. E non gli va di mettere in vetrina una situazione che si tiene in piedi con grande dignità, «senza chiedere niente a nessuno», con rinunce e sofferenze, rinviando pagamenti e facendosi richiamare per i ritardi, inventando scuse.

«Non pensavo che si potesse arrivare a questo punto – racconta Gavino - e ci sto male. Mi vergogno, sono stato abituato sempre a lavorare e a non lamentarmi. Vorrei fare ancora così ma non me lo consentono. E non so quanto si può resistere, perché è sempre peggio. Le parole non bastano, le promesse sono inutili quando non sei più in grado di dare risposte credibili alla famiglia».

L’area industriale di Porto Torres è quella che negli ultimi anni ha accusato il colpo più duro: tra licenziati, cassintegrati e lavoratori in mobilità, insieme ai disoccupati “impliciti” - cioè quelli scoraggiati che il lavoro manco lo cercano più perché hanno perso anche la speranza - si è formato un esercito di disperati. Di gente che ha paura, teme di non farcela e anche chi percepisce la cassa integrazione sa che può finire da un momento all’altro, perché la crisi è cronica e le aziende non ripartono, troppe quelle rassegnate alla chiusura definitiva. E in giro - a parte le parlate di chi si diverte con progetti inesistenti e lancia dibattiti inconcludenti che vanno bene solo per chi ha la pancia piena - non si vedono rivoluzioni. Le alternative non sono state costruite: ammortizzatori sociali e assistenzialismo puro e contabile sono le trovate che in minima parte riescono contrastare la progressiva negazione del futuro.

Pietro ha 49 anni, metalmeccanico, le ha provate tutte. Ha fatto anche il muratore, il pescatore, si è buttato in campagna per fare qualche giornata, «perché ho tre figli che vanno a scuola e non credo ai miracoli. Qualcosa a casa sono sempre riuscito a portarla, ma con il passare del tempo siamo diventati tanti, tutti a cercare, tutti a girare negli stessi posti. Tutti poveri. Ho letto che anche i nostri figli sono poveri: è così, è vero. Mi domando: che colpe hanno? Perché perdono il diritto a una vita normale?».

Le scelte forzate. Pietro lo dice chiaro: «Siamo scomparsi, invisibili, come quei sommergibili costretti a inabissarsi, a nascondersi. Cancellati ristoranti e pizzerie, costretti a fare acquisti dove costa meno e poi ti senti anche dire che vai dai cinesi. Ma dove vado? Perché posso permettermi di fare altro? Mi hanno lasciato la possibilità di decidere, di scegliere? No, mi hanno tolto tutto e l’hanno fatto anche con i miei figli, con una violenza sottile, psicologica. Una forza devastante, è un pugno di ferro che ti entra dentro e ti svuota. Li vorrei vedere al mio posto tutti quelli che pensano, che perdono tempo in discussioni inutili. Mentre loro parlano i disoccupati aumentano, i cantieri non aprono, le imprese chiudono, e quelli come noi fanno fatica a mettere qualcosa a tavola. Non voglio assistenza, chiedo solo di lavorare».

E Pietro racconta la storia dei genitori anziani. «Quelli che ti salvano, che ogni tanto ti prendono la mano e ti lasciano qualcosa con quella semplicità che è speranza e ti aiuta a non vergognarti. “Tienili, sono per i ragazzi”, dice mia madre. “Può servire qualcosa...”. Io dico che non c’è bisogno e lei mi risponde che sa come vanno le cose. Certo che lo sa. E anche io so che ha ragione. Li prendo quei soldi, non dovrebbe essere così, due pensionati non dovrebbero campare figli che hanno lavorato e i nipoti. Ma siamo caduti in basso, e so che non è finita perché si sta fermando tutto. Intorno c’è il nulla».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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