«La voglia di libertà dei ragazzi ci salverà»
Tuttestorie: parla Yves Grevet maestro e scrittore
CAGLIARI. «Il tema è la libertà che si riesce a conquistare, e la gestione di questa libertà. È un duro apprendimento di ciò che è la democrazia, quello che racconto attraverso il personaggio di Méto». Yves Grevet, scrittore e insegnante francese, parla dell’incontro del Festival Tuttestorie “La responsabilità di essere liberi”, in cui Nicoletta Gramantieri, stasera alle 18,30, intervisterà l’autore della trilogia di “Méto”, “La Casa”, “L’Isola” e “Il Mondo”, premiati con numerosi riconoscimenti dalla critica, da giurie di librai e di giovani lettori.
«È un libro politico in senso ampio, parla di adolescenti che devono gestire un potere e imparare a vivere insieme», dice Grevet, che nella sua trilogia immagina un gruppo di ragazzi sottoposti ad una rigida educazione in una casa su un’isola deserta, sorvegliati a vista dai Cesari, che li puniscono quando non osservano le regole e vietano di fare domande. «Sono bambini condizionati fin dalla nascita, quando arrivano nella casa è stato cancellato ogni ricordo», racconta l’autore. Ma, spiega, anche in questa realtà distopica – che ha punti di contatto con i capolavori di Orwell e Wells – è come se ci fosse un piccolo seme di libertà: «la voglia di esseri liberi è innata nell’essere umano. Ovunque ci siano vincoli e costrizioni c’è un’aspirazione alla libertà, anche se non la si è mai conosciuta. Ci sarà sempre qualcuno che resta nei ranghi, ma ci sarà sempre anche chi invece cerca la libertà e darà ad altri la voglia di farlo».
Il bisogno di libertà è dunque più forte dei condizionamenti culturali?
«Sì, ho voglia di crederci. Per Méto funziona così. Fin dalla prima scena lui teme di sparire, come è capitato agli altri quando sono cresciuti, e ha la consapevolezza che deve fare qualcosa. Potrebbe pensare anche di scappare. L’idea della rivolta viene proprio perché la fuga non è possibile. E visto che non funziona la soluzione individuale si rivolge agli altri anche se non lo ha mai fatto. C’è un’istanza di sopravvivenza, individuale e poi di gruppo. Nasce allora la questione della responsabilità, di come vivere insieme. Quasi una forma di società che riparte da zero. Nella situazione concentrazionaria vissuta dai personaggi, che non hanno altri esempi, il rischio è di ricadere nello stesso modello unico. Ma è proprio questo che vogliono evitare, per cercare un’altra strada».
È quasi un’allegoria del lungo percorso dell’adolescenza? «Credo che Méto possa essere un modo di raccontare come gli adolescenti vivano questo periodo. Anch’io ricordo che avevo l’impressione che tutto fosse già deciso al mio posto. L’idea dell’indipendenza è anche questo, andare contro, per essere autonomi. Nel romanzo li metto in condizioni estreme ed è chiaro che là devono lottare per sopravvivere, ma c’è un parallelo con l’esperienza di tutti. Anche nella nostra società i giovani percepiscono molte regole come assurde e non vogliono rispettarle. C’è anche da dire che spesso quando ha l’istanza di indipendenza, l’adolescente continua ad essere infantilizzato e viziato, mentre ha bisogno di una sorta di conflitto per conquistarla. Soprattutto per acquisire la responsabilità che la libertà comporta. È un romanzo di formazione, all’inizio Méto non può decidere nulla, poi si ritroverà a dover fare scelte importanti: è il passaggio all’età adulta».
Nel suo libro “La scuola è finita! La scuola che non c'è” lei immagina che nel 2028 non ci sia più la scuola pubblica...
«Insegno in una scuola elementare alla periferia di Parigi. Cominciavano i tagli, niente supplenti e corsi di formazione. L’idea è nata dall’essermi chiesto: e se prima o poi si sopprimesse la scuola pubblica, che farà chi non potrà andare alle scuole private? Questo racconto è nato come un grido di collera di un insegnante sul campo».
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