Cinque miliardi per uscire dalla crisi
Come la Regione spenderà i fondi e quali sono le priorità: ridotta la frammentazione e scelti quattro pilastri fondamentali
CAGLIARI. I fondi europei non mancano certo e sono da sempre una manna per tutti: saranno poco più di cinque miliardi fino al 2020. Se questa è la grandezza di quanto Bruxelles ha destinato alla Sardegna – seppure ancora sulla carta, la trattativa è in corso – quello che conta e preoccupa è soprattutto altro. «L’importante non è solo progettare e spendere, che di per sè sono già due problemi, ma evitare di finanziare delle operette». Chi è arrivato da Roma per fare il punto su quello che è stato dal 2007 al 2013 e «cosa ci aspetta nei prossimi sette anni», il monito l’ha lanciato all’apertura della convention internazionale sulla «fine che fanno i soldi europei», o meglio ancora sulla «loro efficacia nell’economia reale». Perché se l’Europa è tollerante, non troppo, sui ritardi fino a concedere ogni volta due anni di proroga oltre la scadenza del settennato, e può essere persino benevola nei controlli, non accetta che i miliardi siano gettati dalla finestra. Su questo è intransigente e pretende proprio che «i fondi abbiano effetti duraturi sullo sviluppo e il lavoro». Se sono questi i comandamenti, guai ai furbi, la Sardegna non può sgarrare da quanto è stato detto dagli ispettori per i rapporti con l’Unione Europea: «I cinque miliardi in arrivo dovranno far crescere almeno dell’un per cento il Prodotto interno lordo (la ricchezza) di questo territorio e altrettanto dovrà accadere con le buste paga». Qualsiasi altro risultato, è l’anatema, sarebbe un fallimento. Per voce del governatore e dell’assessore alla Programmazione, Francesco Pigliaru e Raffaele Paci, la Regione sembra essersi attrezzata in tal senso. Non più operette, ma finanziamenti strategici collegati fra loro. Non più neanche il solito eccesso di burocrazia, alternata semmai alla «scarsa capacità di far progettare insieme più Comuni», ma «obiettivi condivisi che una volta raggiunti si possono toccare con mano e durano nel tempo». Con queste premesse, quasi tutte nuove, la Regione vuole puntare su quattro grandi filoni: infrastrutture, in cui siamo indietro anni luce, istruzione, la dispersione scolastica è così alta da essere una maledizione, turismo, trasporti e agricoltura, hanno un enorme potenziale inespresso, per chiudere ma solo nell’elenco con l’innovazione tecnologica, oggi ventre molle ma non l’unico delle imprese isolane. La Regione vuole farlo fino al 2020 e oltre con i 928 milioni del Fondo per lo sviluppo regionale, la sigla è Fesr, che saranno destinati a restituire competitività alle piccole imprese, far decollare l’economia verde e allo stesso tempo «sconfiggere la piaga delle diseguaglianze sociali e frenare la povertà in crescita». Invece i 445 milioni del Fondo sociale, sigla Fse, saranno canalizzati come sempre accade per «far crescere il capitale umano». Istruzione e formazione, dunque, perché – come sostengono in molti – «cosa serve avere una Ferrari se poi non hai almeno un pilota che la sa guidare? A niente». È consistente anche la quota che andrà all’agricoltura: un miliardo e 255 milioni. Insieme al Piano comunitario, la Pac, servirà a far uscire «le aziende dallo storico nanismo» e «aprire prospettive nella produzione prima e nella commercializzazione poi». Per strade, ponti, infrastrutture varie ma anche trasporti, un’altra delle ennesime condanne a vita, la Regione avrà i due miliardi del Fondo sviluppo e coesione, sigla Fsc. Infine, ci sono i 500 milioni dei Progetti operativi nazionali. Tutti soldi da spendere bene e far fruttare al meglio: è questo che pretende l’Europa.
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