La Nuova Sardegna

Oro verde: la scommessa divide il Sulcis

di Felice Testa
Oro verde: la scommessa divide il Sulcis

Carburante dalle canne, progetto da 220 milioni di Sommi&Ghisolfi. Stabilimento a Portovesme, coltivazioni su 5mila ettari

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INVIATO A PORTOSCUSO. L’oro verde, la “canna gentile”, “arundo donax” per i botanici, cresce lungo i canali e sulle sponde dei fiumi. I sardi ci costruiscono da millenni le launeddas, gli scozzesi le cornamuse e i liutai le ance per l’oboe, il fagotto e il clarinetto. Per la Sommi&Ghisolfi, seconda azienda chimica in Italia, leader nella produzione dei biocarburanti, l’arundo donax suona la musica della green economy. È la materia prima, la biomassa dalla quale ricavare carburante. Il gruppo di Tortona opera negli Usa, America Latina, Asia e Europa, con 2.100 dipendenti. Duecentosessanta ricercatori italiani lavorano nel centro ricerche di Rivalta Scrivia. La Sommi&Ghisolfi nel 2012 ha fatturato oltre 3 miliardi di dollari. L’azienda piemontese vuole aprire a Portovesme, dove le grandi multinazionali se ne vanno, uno stabilimento per la produzione di bioetanolo, su un’area di venti ettari. Mancano ancora alcuni passaggi burocratici, i permessi della Regione, la chiusura degli accordi con Invitalia e poi il via libera all’iniziativa, che promette nuovo sviluppo nell’area più povera della Sardegna, non dovrebbe incontrare ostacoli. «Abbiamo già investito a Crescentino, in Piemonte – spiega il vicepresidente del gruppo, Guido Ghisolfi – . Dallo scorso anno è attivo uno stabilimento che impiega 110 persone e produce 40mila tonnellate l’anno di biocarburante, la metà di quanto produrrà Portovesme. A Crescentino utilizziamo, come materia prima, la paglia, nel Sulcis impiegheremo soprattutto la canna».

Perché la scelta del Sulcis?

«Intanto, in Sardegna le canne ci sono. Quattromila ettari solo nella zona di Carbonia. Puliremo i fossi e con quelle canna faremo gran parte della materia prima. C’è un porto industriale a Portovesme ed esiste una centrale che già brucia biomassa. Il fattore umano, infine, è determinante. La Sardegna ha sviluppato un'infrastruttura industriale da tantissimo tempo, chi lavorerà nel nostro impianto sarà personale qualificato».

Basterà la canna spontanea o bisognerà anche coltivarla?

«Ci sono 102mila ettari coltivabili in un raggio di 70 chilometri da Portoscuso. Di questi 102mila ettari ne useremmo 5mila. In provincia di Carbonia-Iglesias ci sono molti terreni dove non si può coltivare nulla, impiegheremo queste terre marginali. La canna non ha problemi a crescere su suoli inquinati, inoltre ha una funzione fitodepurativa ed è meno impattante sul terreno di altre colture, come il mais».

Quante persone impiegherete nello stabilimento?

«Saranno 150 dirette, altrettante stabili, di ditte esterne, per la gestione e la manutenzione dell’impianto, oltre all’indotto. Raccoglieremo 200mila tonnellate di canna secca l’anno, in un'area di 50-70 chilometri, seicento tonnellate al giorno, 750 per cinque giorni lavorativi. Serviranno almeno 50 persone solo per il trasporto. La canna, poi, va anche tagliata e saranno altri posti di lavoro. Non daremo occupazione a quattro gatti come ha detto qualcuno».

C’è più di un timore che l’impatto sui terreni agricoli e sul paesaggio sia eccessivamente gravoso.

«Siamo disposti a confrontarci su quali terreni utilizzare. Non vogliamo toccare nessun terreno di pregio. Fino ad ora con tutti gli interlocutori abbiamo trovato sempre disponibilità. Se qualcuno è preoccupato per l'impatto possiamo discutere insieme ».

Molte imprese sono venute in Sardegna, hanno preso soldi pubblici e poi sono sparite.

«È una preoccupazione legittima, ma la storia di ciascuno non è uguale. Facciamo impresa dal 1953 e non siamo mai andati via dall'Italia. Non c'è mai stato un nostro investimento lasciato dopo 5 o 6 anni, magari dopo 30. Non siamo mai scappati con la cassa».

Quanto contano gli incentivi statali?

«Intanto bisogna chiarire che non ci sono incentivi a fondo perduto. Su più di 200 milioni di euro di investimento, 80, 90 milioni li devi mettere di capitale, poi ti fai prestare dei soldi e li devi restituire. Il nostro miglior rating è che abbiamo sempre pagato i debiti. Il vantaggio netto complessivo su 200 milioni è di circa 15 milioni, sulla differenza degli interessi. Certo che è meglio se ci sono ma se non ci fossero non significherebbe che l'investimento non si fa».

Quando pensate di iniziare la costruzione della fabbrica ?

«Speriamo di chiudere l'iter entro quest'anno e di cominciare i lavori nel 2015. Dureranno due anni e impiegheranno una media di 700 persone nelle imprese di costruzione. Se non riuscissimo a chiudere entro l'anno sarebbe un problema. La Regione sa cosa vogliamo fare, ora bisogna dare corso burocratico al progetto».

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