«Il dovere di raccontare, ma senza inutili narcisismi»
Il fotografo Mauro Galligani ospite a Olbia della rassegna “Storie di un attimo” «Sui teatri di guerra le motivazioni sono sempre soprattutto personali»
Mauro Galligani, grande fotografo e giornalista, con una profonda cultura dell'immagine “informata” e che informa, è stato di recente in Sardegna, ad Olbia, in occasione del festival di fotografia “Storie di un attimo”, interessante rassegna di mostre, incontri e workshop che, per quattro giorni, ha animato il centro storico olbiese. In oltre quarantanni di carriera Galligani ha fotografato il mondo e le sue tragedie, i grandi avvenimenti e le trasformazioni epocali, i teatri di guerra e le più diverse personalità pubbliche. Un rapporto con la fotografia, il suo, decisamente pratico, poco incline alle tendenze “artistiche” e all'esaltazione di quello che per lui è un mestiere forse un po' speciale, anche privilegiato, ma con sue leggi precise e asciutte, le sue durezze e fragilità. Una professione, dice, troppo spesso mitizzata, dagli appassionati e dai protagonisti, i fotografi, in particolare quelli di guerra.
«“Questa faccenda dei fotografi di guerra non la sopporto. Ne ho fatti tanti di conflitti, anche per una questione anagrafica. Non è certo facile lavorare in certi contesti, ma quando sento dire “andiamo per dare informazione” penso che sono storie. Le motivazioni vere sono personali, non così generali e nobili. Si va per confrontarsi con se stessi, per testare le proprie capacità. Poi ci sono aspetti umani, certo. Nei momenti di estremo pericolo si creano amicizie straordinarie, che legano per sempre. Ma quando sei lì salta fuori il cinismo. Io riesco a rimanere freddo, a inquadrare e fare la foto. Se non sei cinico non lo puoi fare».
Il “dovere di raccontare” è un po' una favola?
«Esiste, certo, ma non è la molla principale, non per me almeno. E poi penso che sia eticamente giusto avere pudore e non raccontarsi come eroi, ma esser discreti, fare il proprio lavoro e poi mettersi da parte. Molti lo fanno».
Lei ha lavorato con un giovane James Natchwey, che del suo lavoro ha detto: «So che le mie fotografie non porranno fine a guerre, povertà e ingiustizia. Ma lavoro per questo».
«Assolutamente condivisibile. Natchwey appunto, essendo un grandissimo, sta in disparte ed è animato da un'etica fortissima».
Ultimamente i lavori di Natchwey circolano meno.
«Senza dubbio. Ed è un aspetto della crisi del giornalismo che non investe più nella fotografia e nell'informazione mirata. Lui giustamente si fa pagare e ormai la gran parte delle foto, su ogni argomento, arriva dalle grandi agenzie, che hanno plotoni di collaboratori poco pagati pur se capaci. Male, perché le agenzie decidono cosa mandare in giro, esercitano un controllo. Fare seriamente informazione costa soldi, che oggi semplicemente non ci sono più. Occorrono collaboratori fidati, che vanno compensati e James, grande professionista, non va certo in giro alla cieca, come purtroppo fanno molti giovani, che a volte pagano con la vita per un servizio che, quando lo portano a casa, è pagato pochissimo. Non va bene».
Qualcosa però può andare storto anche a chi fa attenzione?
«Certo. A me è successo. Ma alla base c'è sempre un errore, anche piccolo. Nel caso del mio rapimento in Cecenia è stata una cena a Mosca, fatta per organizzare il viaggio. C’era anche Andrej Mironov, mia guida e caro amico, morto di recente in Ucraina insieme a Andy Rocchelli, giovane fotografo italiano. Alla cena prese parte un ceceno che ci ha venduti. Mi sono fidato troppo di una persona e ho sbagliato. Il giorno dopo siamo partiti per Groznj, mi hanno sequestrato il giorno stesso, ci seguivano già dall’aeroporto. Avevo fatto 9 rulli, bastavano, perché avevo scattato di tutto. E’ stata durissima, anche venirne fuori, dopo la liberazione. Per me una bella vittoria. Il giorno dopo il rientro a casa ero già in redazione. Mi è venuto spontaneo, non immagino la mia vita senza lavoro».
Come mai la fotografia?
«Nasce dal cinema. Ho studiato da ragioniere ma non era per me. Dopo il diploma ho fatto una scuola di cinema, corsi di regia, tanta cineteca. La fotografia è arrivata perché volevo gestirmi da solo. Ed è stata importantissima, un filtro alle mie timidezze e insicurezze. Il cinema però ha influito, perché vedo la fotografia come strumento di racconto. Poi grazie a questo lavoro ho conosciuto persone straordinarie, visto posti meravigliosi, mi sono fatto una cultura dal vero, un gran privilegio. Ho trascorso una settimana con Fellini, conosciuto De Sica. Per me, che alla fotografia sono arrivato dal cinema, una pura gioia, umana e intellettuale».
E' stato in Sardegna per “Storie di un attimo”, un giovane festival di fotografia. Quali impressioni?
«Ciò che si basa sulla passione quasi mi commuove, mi piace trovarmi in certi contesti. Poi si può migliorare, trovare un filo conduttore, curare meglio certi aspetti. E mi piace molto l'idea di diffondere le proposte per la città, in luoghi differenti».
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