Processo ad Amleto Perchè ogni verdetto è un colpo di scena?
Verità e giustizia con magistrati autentici ed attori nello spettacolo di Yan Duyvendak ad “Approdi”
CAGLIARI. Con un weekend di eventi teatrali dal sapore esperienziale, “Approdi, Festa d’arte e comunità” conferma l’originalità della rassegna a cominciare da “Transport Exceptionelles”, poetico duetto tra un danzatore ed una escavatrice che ieri pomeriggio nel piazzale del Lazzaretto, nonostante la pioggia, ha incantato il pubblico sotto gli ombrelli. Sabato sera si è invece realizzato il progetto “Will are still watching” della svizzera Yvana Muller in cui i sessanta spettatori sono stati anche interpreti della performance in collaborazione con il coreografo Andrea Bozic.
Si è chiuso con una dura sentenza di condanna per omicidio volontario, undici anni di reclusione e tre di libertà vigilata, l’insolito esperimento dell’altra compagnia svizzera, Cie Yan Duyvendak, andato in scena venerdì nella sala prove del Teatro Lirico con il quale lo spettacolo era organizzato in collaborazione. Con “Please, Continue (Hamlet)” gli ideatori Duyvendak e Roger Bernat ripropongono anche in Italia il loro dispositivo teatrale e processuale - arrivato alla 93° rappresentazione - che sfuma i confini fra finzione scenica e procedura reale, a partire da un canovaccio che intreccia un reale fatto di cronaca dei nostri tempi e l’episodio dell’uccisione di Polonio, padre di Ofelia, nell’Amleto. Esclusi altri riferimenti alla tragedia di Shakespeare se non per nomi, tipo di relazioni e reato, ciò cui assiste per quasi tre ore il pubblico è l’udienza dibattimentale che vede imputato il signor Amleto, e in cui la Corte, presieduta dal giudice Giorgio Altieri e composta da veri magistrati e avvocati agisce come nella realtà dei tribunali, senza alcuna prova né ingerenza registica. Neanche per i tre interpreti di Amleto, Ofelia e Gertrude, in maglietta gialla che riporta il nome dei personaggi, a parte le indicazioni tecniche di svolgimento. Tutti, nella scena del tribunale ricreato con semplici tavoli e sedie, agiscono quindi secondo mestiere, in base al fascicolo delle indagini preliminari, con verbali, perizia psichiatrica, allegati fotografici e ricostruzioni. Il senso potrebbe essere divulgativo, con un tocco di voyerismo imparato dal lungo apprendimento dello sguardo di tipo televisivo. Se non fosse che, nel seguire dal vivo questa reale rappresentazione del processo, secondo l’intrinseca drammaturgia giuridica, ogni spettatore si sente coinvolto nel suo personale rapporto con giustizia e verità. E con la responsabilità, in quanto avvertito prima, con tanto di taccuino per prendere appunti, della possibilità d’essere chiamato come giudice popolare. Così si comincia a reagire nel corso degli interrogatori, tentando di percepire una verità nei fatti, riflettendo sulla pluralità delle testimonianze e delle interpretazioni. Soprattutto quella del pubblico ministero, Anna Cau, abilissima nella morbidezza chirurgica delle domande e decisa nella ricostruzione della colpevolezza, con franchigia delle attenuanti, di Amleto, e quella, contrapposta, del suo difensore Lerina Patrizia Lacava, altrettanto stringente nel convincimento dell’innocenza. Ma il vero colpo di scena, l’affondo destabilizzante all’innato bisogno di verità, lo si prova all’entrata in scena del regista, che prima della pausa in cui si discute la sentenza, dà conto dell’enorme divario nei verdetti delle altre rappresentazioni. Su 93 processi svolti, Amleto è stato assolto 41 volte, 2 volte rinviato, e 50 volte condannato per omicidio colposo o involontario, con pene che variano dai pochi mesi ai 12 anni. Insomma, c’è da portare a casa un bel carico di riflessioni e domande su responsabilità, verità e giustizia.
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