“Last summer” Storie di identità e di abbandono
Nella sale il film di Leonardo Guerra Seràgnoli La sceneggiatura è dell’autore cagliaritano
di Fabio Canessa
Una giovane donna giapponese ha quattro giorni per dire addio al figlio di sei anni, di cui ha perso la custodia, a bordo dello yacht della facoltosa famiglia occidentale dell’ex marito. Sola con l’equipaggio, che ha il mandato di sorvegliarla a vista, la donna affronta la sfida di ritrovare un legame col bambino prima di doversene separare per molti anni.
Questa è la sinossi della pellicola “Last Summer”, opera prima di Leonardo Guerra Seràgnoli, film italiano dal cast internazionale dove spicca come protagonista la bravissima attrice giapponese Rinko Kikuchi (l’artista del Sol Levante ha strappato una nomination agli Oscar per la sua interpretazione nel film “Babel”).
A firmare la sceneggiatura, alla quale ha contribuito nella fase iniziale anche la famosa scrittrice Banana Yoshimoto, è insieme al regista il cagliaritano Igort (al secolo il suo nome è cognome è quello di Igor Tuveri), tra i più grandi autori di fumetti non solo in Italia. Il film arriva oggi nelle sale, dopo la presentazione all'ultimo Festival di Roma.
«C’è stata un’accoglienza molto calorosa al festival – così racconta il creatore di fumetti ed editore di graphic novel Igort – nonostante sia un film del tutto anomalo rispetto al panorama italiano. Un po’ perché fatto da due apolidi. Il regista è nato in Italia, ha studiato in America, e vive a Londra. È perennemente in giro. E io ho una vita molto simile, abito tra la Sardegna e Parigi, sono sempre in viaggio. E poi il cast è tutto internazionale, sia artistico sia tecnico. Il montaggio è opera di Monika Willi, collaboratrice di Haneke, i costumi invece sono curati da Milena Canonero, che ha ricevuto lungo la sua carriera cinematogrrafica più volte il premio Oscar. È stata un’esperienza molto bella, anche dal punto di vista umano, lavorare al film e vedere poi questi ruoli che tu hai immaginato prendere vita perché un attore li incarna».
Ci sono similitudini tra il modo di raccontare a fumetti e il cinema?
«Per me esiste l’idea di raccontare. Se poi diventa un libro con le parole, un fumetto, uno spettacolo teatrale o un film cambia poco. La differenza, mi rendo conto che non è poco, è solamente che nel fumetto hai il controllo totale, costa solo la tua fatica. In un film ci sono tante persone coinvolte, è un lavoro di squadra».
Cosa l'ha colpita del soggetto quando le hanno proposto di collaborare alla sceneggiatura?
«C'era già un nucleo molto forte che è l’idea di questo abbandono, la storia di una madre, giapponese, che viene messa alla porta dalla potente famiglia britannica del marito e deve dire addio al figlio dopo un viaggio su una bellissima barca a vela. L’unità di tempo, luogo e azione con una macchina narrativa che racconta un conflitto così forte, così drammatico, mi ha interessato subito. C’erano una serie di elementi tutti stimolanti, come la possibilità di lavorare con forti limiti perché la barca è un’isola dal punto di vista simbolico, c’è una microsocietà composta dall’equipaggio».
E questo spazio limitato in cui si svolge la storia, una barca a vela, come ha condizionato la scrittura, la costruzione dei personaggi?
«Ha condizionato molto. La stessa Rinko Kikuchi mi diceva che subito dopo essere salita sulla barca si era sentita come prigioniera, che quella era una dimensione psichica su cui poteva lavorare per costruire il suo personaggio. Ed era un po’ quello che io immaginavo, questa idea di un luogo, la barca, che in qualche modo rappresenta non solo una dimensione fisica».
Con una grande attrice così tutto è più facile.
«Lei è pazzesca, capace di esprimere delle forti emozioni anche solo con lo sguardo. Un talento incredibile. Senza di lei il film non credo sarebbe stato possibile, ha dato veramente corpo a questo personaggio».
Ha vissuto in Giappone, lavorato a lungo con editor del paese del Sol Levante. Questa conoscenza diretta della società giapponese l'ha aiutata a capire meglio il personaggio principale e a delineare le sfumature del suo carattere?
«Sono stato chiamato in pratica proprio per questo motivo . La prima stesura della sceneggiatura l’aveva fatta il regista con la scrittrice giapponese Banana Yoshimoto. Ho riconosciuto subito le parti che aveva scritto lei che è così attenta alle cose piccole, le cose quotidiane, che ho lasciato quasi tutte. Il Giappone è il paese che conosco meglio dopo l’Italia. È un posto che ha delle sue regole e io da isolano in qualche modo le ho riconosciute subito. Un popolo deciso, dal forte senso dell’onore, del lavoro, e del sacrificio. Per me era una cosa che aveva a che fare con la natura di questa storia e ho pescato anche nei ricordi dei miei soggiorni in Giappone».
E nel film la madre a un certo punto cerca di recuperare il rapporto con il figlio facendo leva sull'identità giapponese.
«La lingua giapponese è un codice familiare anche al bambino che comincia a reagire. Mentre i membri dell’equipaggio non capiscono cosa si stanno dicendo e perdono quindi il controllo. È un film, un racconto, fatto di piccoli slittamenti in cui anche un minimo gesto, un sorriso, oppure uno sguardo diventano importanti. Stiamo indagando i sentimenti di una madre e di un figlio che lentamente cominciano a riavvicinarsi».
Dopo questa esperienza con la pellicola di “Last Summer” le piacerebbe ancora continuare a lavorare per il cinema?
«Non è la prima volta che scrivo per il cinema, solo che spesso in Italia i film non vengono prodotti. Sto comunque lavorando ad altri progetti. Il cinema mi piace, è divertente. A me interessano gli scambi e quindi lavorare con i registi è molto stimolante. Mi avevano anche proposto di dirigerlo un film, ma ho rifiutato. Io sono uno che aspetta le idee e non puoi fermare un set per dire “aspetto l’idea”, la produzione ti fucila. Comunque raccontare a fumetti rimane per me la cosa principe, il linguaggio che amo di più».
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