Innovazione in ritardo, così lo sviluppo si ferma
Collimano le radiografie degli analisti della società e i focus di Confindustria Penalizzati i giovani e le donne. Soru: piano straordinario d’investimenti Ue
CAGLIARI. Senza industria non si cresce. Lo sostiene il Rapporto Svimez 2014 ed è la tesi espressa anche dalla Confindustria sarda. Ben oltre la crisi si sta disegnando una geografia del lavoro che rischia di escludere le regioni in ritardo di sviluppo e con esse i giovani e le donne. Tra i mali, la scarsa innovazione del nostro sistema economico. La recessione ha un impatto devastante sulle fasce più deboli (giovani e piccole imprese) che può essere arrestato solo con gli investimenti pubblici. Ma come procedere?
«Il presidente Juncker è venuto a Strasburgo e ci ha illustrato il progetto di un programma straordinario di investimenti per 300 miliardi di euro», afferma l’eurodeputato sardo Renato Soru, «si tratta di un piano che riguarderà nuovi investimenti pubblici in grado, però, di stimolare anche quelli privati».
Come sarà possibile ottenere le risorse? Soru spiega: «Si pensa a una ricapitalizzazione della Bei, (la Banca europea degli investimenti). Quelle risorse potranno essere utilizzate anche dalla Sardegna per infrastrutture pubbliche materiali o immateriali. Ripeto sempre che la nostra prima urgenza è investire nella scuola, nell’istruzione, nel sapere perché il futuro del lavoro passerà da qui. Le regioni più in ritardo nei livelli di istruzione sono quelle che hanno poi i tassi più alti di disoccupazione».
Infrastrutture e industria sono le due leve dello sviluppo e su questo secondo punto la Confindustria è preoccupata: «Vediamo salire un pernicioso sentimento antindustriale e anti imprenditoriale», afferma Maurizio De Pascale, «ampi segmenti della società e della politica sardi sembrano ammaliati dal sogno del ritorno a un’isola felice e ricca del solo lavoro dei campi. Un racconto secondo il quale agricoltura e turismo sarebbero, diversamente da quanto avviene in tutto il mondo, in antitesi con le attività manifatturiere e le ormai poche fabbriche rimaste ostacolo principale al dispiegarsi del nuovo sviluppo». Per gli industriali dell’isola il modello è quello di uno sviluppo integrato e sostenibile tra i diversi comparti, industriale, agricolo, turistico e dei servizi.
Su questo c’è una relazione della Commissione europea che, occupandosi della competitività, afferma: «Senza l’industria non ci saranno né crescita, né ripresa dell’occupazione». La ripresa sta avvenendo in modo diseguale - si legge nella relazione della Commissione europea - perché l’Europa sta perdendo la propria quota del settore manifatturiero.
«Il problema dello sviluppo», afferma Maurizio De Pascale, «è che imprese e lavoratori hanno bisogno di una politica industriale che risolva i veri e irrisolti nodi strutturali. Li conosciamo e li patiamo da anni: costi dell’energia, a partire dalla mancanza del metano, trasporti merci e collegamenti aerei, blocchi amministrativi, norme urbanistiche e paesaggistiche, ritardi dei pagamenti pubblici, inarrestabile pressione fiscale anche locale».
Il direttore della Svimez, Riccardo Padovani, commenta: «La strategia dello sviluppo deve passare dagli investimenti. Dopo il fallimento delle politiche di austerità è giunto il momento di mettere in campo una strategia di medio lungo periodo. La necessità di fondo è quella ci ridurre le diseguaglianze e combattere le nuove povertà». ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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