Nella Babele delle notizie l’informazione è frantumata
Intervista col direttore di Radiotre, Marino Sinibaldi, che in questi giorni partecipa al festival di Entula: dalla verità unica di ieri alle mille verità di oggi
Dice che "essere pieni, o saturi, di informazione non significa essere più informati". Perché l'essenza dei "fatti è messa a repentaglio da una indeterminatezza continua".
Che è tale dalle Avenue di New York alla Fleet Street di Londra, dalla milanese via Solferino alle stradine di Villaverde, uno dei microcosmi eretti a Comune dove oggi e domani l'associazione culturale Liberos si interroga sull'economia della conoscenza.
Un tema attualissimo portato alla ribalta qualche mese fa dal giornalista Giorgio Zanchini in un libro pubblicato dall’editore Laterza ("Un millimetro in là, intervista sulla cultura") dove Marino Sinibaldi, 60 anni - dall'agosto 2009 direttore di Radio3 - aveva scelto come numi tutelari Frank Zappa e Bob Dylan.
Il primo per smitizzare l'informazione che "non è conoscenza" e che "la conoscenza non è saggezza". E il secondo per sancire che "la vecchia strada sta rapidamente invecchiando. The Times They're a-Changin".
Temi che Sinibaldi ha affrontato ieri ("Il futuro che ci spetta") e oggi Stefano Salis ("La cultura crea sviluppo") con l'ex ministro Massimo Bray.
I cambiamenti non sempre sono graditi. C'è il mito del bel tempo che fu.
«Il mito resiste ma dipende. Perché in una società sempre più complessa - tanto fra i tredici milioni di abitanti di Tokyo o i 95 di Baradili - c'è un ritorno all'individualismo che è un tratto da sempre presente come una variante o una minaccia nella nostra storia nazionale e non solo. Ciò che oggi è dominante è l'instabilità, viviamo un momento di trapasso quasi permanente».-
Remo Bodei sostiene che l'opinione pubblica muta rapidamente come il clima.
«Ha ragione. Chi avrebbe immaginato un calo di popolarità così vertiginoso per Barack Obama? O per leader più o meno carismatici della politica di casa nostra? Non basta invocare la rivoluzione digitale a testimone di questa metamorfosi perenne. Una analisi di questo tipo è limitante. Perché oggi sono influenti non solo i dati macroeconomici ma anche quelli demografici: riflettiamo sulla Sardegna che fra meno di trent'anni avrà 400 mila abitanti in meno? Ancora. Sono devastanti i numeri della povertà che cresce mentre avanza anche l'opulenza. Ci scorre davanti un film, un paradigma fatto di volubilità e di ansia crescente. Perciò anche i metodi di giudizio vanno cambiati, diversamente siamo fuori dal nostro tempo. E i miti scricchiolano».
Non c'è più una Bibbia ma tante Bibbie.
«Prima c'era il Tg che per alcuni era la voce della verità come lo era il notiziario alla radio o il quotidiano locale. Anche chi leggeva i giornali di partito aveva la sua verità, il Verbo. Non è più così. Le certezze si sono sbriciolate. La fedeltà non è più sacrale. Ecco perché bisogna difendere a ogni costo la possibilità che cose diverse esistano e resistano, che non si affermi alcuna uniformità di gusti e tempi, che non detti legge alcuna omologazione né in alto né in basso. Per stare al tema dell'incontro di Villaverde dobbiamo usare gli spazi di comunicazione che abbiamo per far capire cosa si perde smarrendo una tradizione e rinunciando a rinnovarla continuamente».
Anche la comunicazione è alla sbarra. Il Financial Times ha certificato che il 41 per cento delle informazioni economiche sono date dagli uffici stampa, il giornalismo investigativo autonomo ha ceduto il passo al brand journalism. E si spiega la disaffezione dei lettori.
«Ci andrei cauto. Perché non c'è una sola causa. Il mito del giornalismo che fu lo vedo sì e no. Siamo sicuri che ieri c'erano tante inchieste autonome? Però, una volta, il sapere limitato era colpa della società che voleva avere una moltitudine di servitori pressoché ubbidienti e ciechi. Oggi non è così. I progressi ci sono stati. La rete consente di farsi più opinioni ma anche di mutarle rapidamente. Ci possiamo documentare più di ieri. E più in fretta. Le possibilità di conoscenza sono sempre più ampie. Ma se il singolo non usa questi nuovi mezzi la responsabilità è anche sua. E questi problemi, come dicevo poco fa, sono gli stessi ovunque. Per gli elettori degli Stati Uniti e per quelli dell'Europa. In Catalogna e in Scozia. Sì, opinioni mutevoli come il clima. Lo conferma anche questo convegno di Entula: il vento cambia spesso direzione e non solo nell'aia dove si trebbia. Con un'immagine marinara potrei dire che per navigare dobbiamo saper orientare la vela. Tenerla fissa è un errore. Si rischia la deriva. Abbiamo il dovere di essere più informati, meno apatici, perché viviamo in una società dinamica, senza regole immutevoli. Todo cambia».
Direttore, lei è il giornalista simbolo e idea dell'informazione radiofonica di qualità. In questa società fluida incide più una puntata di Fahrenheit o la pagina di un quotidiano?
«Non farei queste graduatorie. Già Platone faceva dire a Socrate che è inutile interrogare i discorsi scritti perché essi danno una sola risposta e sempre la stessa. Oggi, a rivalutare l'oralità della chiacchiera onnipervasiva si corre qualche rischio. Pensiamo ai talk show. Con il digitale anche scripta volant, la scrittura on line è difficilmente controllabile. Ma, come dicevo a Giorgio Zanchini, oggi abbiamo più bisogno di pensieri mobili e magari provvisori che di stabili verità. La verità dell'Europa 2014 è quella del 1992 di Maastricht? L'Italia di Matteo Renzi è quella di Enrico Letta?».
Tema: quale futuro ci spetta per fare cultura?
"Svolgimento: occorrono libri e parole, immagini e suoni, Modena e Villaverde, Francoforte e Più libri più liberi all'Eur. Fare cultura è confrontarsi, immaginarsi come l'anello di una catena da moto perpetuo. Comunicare è dare e ricevere allo stesso tempo, senza primati. Questo scambio è cultura. In libertà. Senza schemi infrangili».
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