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Riecco “Fango” di Ammaniti Gli zombi all’ università

di Alessandro Marongiu
Riecco “Fango” di Ammaniti Gli zombi all’ università

Riedizione dell’Einaudi del libro di racconti dello scrittore romano Una scrittura ricca di dettagli urticanti ma che si arresta alla superficie delle cose

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Professori, assistenti e ricercatori dell’Università di Bologna si ritrovano in un locale cittadino arredato come un pub inglese, “Il becco giallo”. Discutendo dei problemi dell’accademia italiana, si arriva a parlare di concorsi: è l’“incipit lamentatio”, con tutti i presenti che cominciano a dolersi del clientelismo e del malaffare diffusi che impediscono ai meritevoli di avere ciò che spetta loro. È a questo punto che un personaggio, cupo e misterioso nell’aspetto e nel nome (Cornelio Balsamo), prende la parola per raccontare una storia diversa, quella di tale Andrea Milozzi, capace di ottenere la docenza solo e soltanto grazie alla sua preparazione scientifica. Potrebbe essere semplicemente la più classica delle eccezioni che confermano la regola: non ci sarebbe niente di così strano, in fondo. A parte il fatto che quando la sua inarrestabile carriera è iniziata, Milozzi era già morto e tornato in vita sotto forma di zombi. Pur nella sua totale e palese derivatività, “Lo zoologo” sarebbe anche un racconto di un qualche valore, specie per via del suo significato allegorico – in un mondo morto come quello universitario, per paradosso l’unico ad apparire vivo è uno zombi –, non fosse che Niccolò Ammaniti decide di chiuderlo in questo modo: «Nel mondo di quei morti dei professori universitari solo Andrea sembrava vivo».

Dichiarandone così platealmente il senso, l’autore lo priva di ogni (eventuale) fascino: non rimane più nessuna zona d’ombra per il lettore su cui interrogarsi o riflettere, non c’è più nessuna materia da rielaborare. E non si prenda questo di Ammaniti come uno sporadico abbaglio, perché è invece un passo rappresentativo di tutte le prose contenute in “Fango”, che Einaudi ha appena ripubblicato (366 pagine, 12 euro), esattamente come “Fango” può esserlo della scrittura del romano nel suo complesso. Una scrittura che si arresta sempre alla superficie di cose e caratteri e non conosce profondità (a partire dallo stile, spesso sfiancante: «Non aprono. Ho freddo. Ho addosso solo la camicia. Batto ancora i pugni»); che prova a impressionare con l’eccesso o la parola a effetto ma che al netto del dettaglio urticante pare non avere niente da lasciare in dote. Una scrittura che per dire del fango che può albergare nell’animo umano, si affida a righe come queste: «Albertino afferrò il fagotto e cominciò a trascinarlo nel fango. Si avviò giù per la discesa. Scivolava. Le suole degli stivali facevano poca presa. Slittavano su quella pappa molliccia. Si ritrovò seduto nel fango».

Il titolo del racconto, forse a evitare che sfugga il concetto, è: “Fango”.

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