Quel freddo silenzio sul Carso
La follia della guerra in “Torneranno i prati”, di Ermanno Olmi
Nelle immagini conclusive, documentarie, di “Torneranno i prati”, appare finalmente la luce, i boschi e le pianure erbose percorse dai soldati che attaccano e, infine, la fine della Grande Guerra, con le folle esultanti. Ma, per quasi un’ora e venti, lo spettatore resta immerso nella spettrale atmosfera in cui “galleggiano” soldati e ufficiali, relegati dall’inverno in una trincea ad alta quota, circondata dalla neve.
Dedicato da Ermanno Olmi al padre che combatte nella prima guerra mondiale il film ha un obbligatorio archetipo scenico: il “kammerspiel” dei romanzi e dei film di trincea, da Remarque al “formicaio” di “Orizzonti di gloria”, passando per “West Front”. Ad evocare il terrore non servono gli assalti suicidi e il crepitare delle mitragliatrici; basta l’isolamento, il buio, la malattia (un militare è sospettato di aver contratto la terribile “spagnola”), e i ripetuti bombardamenti del nemico, i cui colori illuminano il biancore nevoso e il nero dei profili del bosco. Quasi non c’è trama – anche questo è un topos del cinema bellico – e il tempo scorre tra l’attesa di nuovi ordini, la sepoltura dei morti, il rancio, le poche frasi smozzicate degli ocupanti. Solo il canto di un soldato napoletano – emblema dell’estraneità alla guerra del mondo contadino e soprattutto meridionale, presente nel racconti di De Roberto, che hanno ispirato il film – crea un attimo di allegria, subito spenta, assieme alla bellezza della natura indifferente al dolore e alla stupidità dell’uomo. Girato ad alta quota, in inverno, per far provare agli attori l’effetto del freddo, reso straordinario dalla decolorazione estrema attuata da Fabio Olmi – figlio del regista – musicato sommessamente da Paolo Fresu, “Torneranno i prati”, è la prima rievocazione ufficiale (ovvero sponsorizzato dal governo italiano) della Grande Guerra: cancella l’orrida e necrofila mitologia patriottica di cui ci siamo nutriti per cent’anni.
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