La telefonata al padre «Bà mi hanno sparato vieni a prendermi»
Marcello Ligas e la drammatica richiesta d’aiuto del figlio «All’inizio non avevo capito, poi sono corso a razzo da lui»
DALL’INVIATO A GAIRO. «Mi ha detto “Vieni a prendermi, mi hanno sparato”. Lì per lì ero talmente sconvolto che non ho capito bene: all’inizio ho capito che avevano sparato alle mucche. Poi, invece, ho realizzato e sono partito a razzo». Giubbotto mimetico, camicia a quadri, pantaloni da campagna, Marcello Ligas è reduce dalle ore più lunghe della sua vita e ne porta il segno nel volto. Alle 13 di ieri, mentre un gruppone di parenti attende fuori dalla porta del reparto chirurgia, lui non riesce a stare fermo neanche per un secondo. Si tocca la barba folta, stringe tra le mani un pezzetto di carta, percorre il lungo andito che dalle sale porta al reparto di Ortopedia, e solo per un attimo, alle fine, si siede.
«Sono corso a prendere mio figlio Fabrizio, qualche ora fa – ripete – e ancora non riesco a credere a quello che è successo». Poi racconta, Marcello Ligas, e con la mente torna indietro a qualche ora prima, quando riceve la telefonata del figlio. «Saranno state le 8.30-8.40 - dice - e mi squilla il telefonino. “Vieni a prendermi, bà”, sento dall’altra parte. Poi capisco che hanno sparato a qualcuno, ma per qualche motivo, forse perché ero troppo confuso, capisco che hanno sparato alle mucche di Fabrizio. Sapevo che quella mattina, così come succedeva spesso, e anche il giorno prima, Fabrizio era andato in campagna con Aldo. Andavamo spesso insieme a mungere le mucche, che erano al pascolo nel comunale di Gairo. Ero tranquillo, insomma, e certo non mi aspettavo di ricevere quella telefonata. Ma ho capito solo dopo qualche istante che mio figlio non mi stava parlando di spari alle mucche, ma di qualcuno che aveva sparato a lui. Così sono partito a razzo». Si ferma un secondo, Marcello Ligas, quando racconta il momento dell’incontro con il figlio. «Fabrizio era lucido – spiega – sanguinante ma lucido. Non capivo bene cosa fosse successo, vedevo solo che sanguinava. Non abbiamo perso neppure un minuto: l’ho caricato in macchina e sono filato a Lanusei, verso l’ospedale». Passano minuti interminabili. Padre e figlio arrivano in ospedale, chiedono aiuto ai medici, poi le loro strade si dividono: Fabrizio finisce in sala operatoria, i medici vogliono estrargli i frammenti dei pallettoni che lo hanno raggiunto alla spalla, e per fortuna gli hanno risparmiato gli organi vitali. E per papà Marcello comincia un altro inferno: quello della lunga attesa. «Cose di campagna? Terreni? Cantieri? – ripete – davvero non so cosa pensare». «Di Aldo – spiega Marcello Ligas – ho saputo solo dopo, l’ho saputo qui in ospedale che era stato raggiunto anche lui, quando l’ho visto arrivare in barella. Ora possiamo solo sperare». (v.g.)
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