La Nuova Sardegna

Giacometti e l’Arcaico L’arte sulle tracce del Nulla

Il misterioso legame tra le figure filiformi e le statuette di epoca nuragica

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di MASSIMO ONOFRI

Nuoro e Grazia Deledda: e tutti quei romanzi che sembrano rimpaginare quel sistema di riti e miti, di totem e tabù, quei codici d’un antica civiltà agropastorale. Nuoro e Salvatore Satta: l’autore d’un capolavoro, “Il giorno del giudizio”, ancora dolorosamente confitto come uno stemma nel secolo appena trascorso. Il romanzo che ha fatto del camposanto cittadino una specie di capitale dello sgomento e dell’insensatezza: mentre s’allarga come una crepa paurosa, capace d’ingoiare nel suo nulla tutti le leggi del consorzio civile, le sue inani e gradasse ambizioni, la sua facinorosa prosopopea, compresa quell’araldica del sé etnico che qui, nel cuore della Barbagia, molti ancora considerano tenacissima e salda, inestirpabile.

Come un vaticinio.

Ecco perché a Nuoro bisogna arrivarci il giorno dei morti, specie se la giornata, prima che il sole cali, si prolunga insolitamente tiepida e immobile nel suo azzurro. In effetti è proprio il due novembre che ci sono arrivato, in un radioso primo pomeriggio: ma per vedere al Man la mostra dedicata a Giacometti dal titolo per me carico di suggestioni come un vaticinio, "Alberto Giacometti e l’arcaico". La prima sorpresa è l’obbligo di indossare calzari: l’allestimento, infatti, s’avvale d’una moquette bianca, d’un bianco puro, che isola ed esalta il bronzo delle sculture di Giacometti, ma anche la fragrante fragilità dei reperti arcaici: nuragici, sumeri, egizi. Ripenso al volto di Giacometti che Jean Paul Sartre, nel famoso saggio del 1948, “La ricerca dell’assoluto”, definì «antidiluviano», quello di chi aveva come rivelato la «volontà di situarsi all’inizio del mondo». La stessa volontà suffragata, se vogliamo, da un matto e disperatissimo lavoro di copiatura, per altro molto noto, che impegnò lo scultore nei suoi verdi anni, a margine delle pagine dei moltissimi libri d’arte che trovava nella biblioteca del padre Giovanni, uno dei più significativi pittori svizzeri tra Otto e Novecento. Con gli anni quelle copie divennero opera: intimamente e profondamente sua.

Dea Madre.

Prendete la "Femme debout" del 1952, o quella del 1956, ma anche la "Femme de Venise V" del 1956, qui esposte: vi risulterà impressionante il richiamo alle statuette di aruspici del terzo secolo a. C. o, meglio ancora, a quelle che ci restituiscono un offerente o una portatrice d’acqua dell’età nuragica, oggi conservate al Museo Archeologico Nazionale di Cagliari. Oppure concentratevi sull’incredibile “Femme qui marche”, realizzata tra il 1932 e il 1936, che i curatori Pietro Bellasi e Chiara Gatti hanno felicemente accostato alla Statua di Dea Madre ritrovata a Ozieri, oggi sempre a Cagliari, ascrivibile al Neolitico recente. Bellissima davvero “Annette assise (grande)” del 1958, la dolce moglie, che ci riconduce, nella sua postura, a un’egizia Statuetta di prefica inginocchiata.

Arte africana.

Bisognerà poi aggiungere che il primordiale valeva per Giacometti quanto e come il primitivo. Questo spiega anche, nella mostra, la presenza, assai suggestiva, dell’arte africana. Si capisce bene, allora, perché "Diego assis" del 1964, ennesimo ritratto dell’onnipresente fratello minore, possa riecheggiare molto persuasivamente una Statua Biolo Bian della Costa d’Avorio del XX secolo, o un magnifico "Lotar III" del 1965 richiamare un’impressionante terracotta del Mali, databile tra il XII e il XIV secolo. Giacometti ne era convinto e lo aveva confidato a Pierre Schneider, durante la famosa visita al Louvre del 1962: «Uno qualsiasi tra di noi assomiglia molto più a una scultura egizia che a tutte le altre sculture che si sono fatte finora». Affermazione, questa, piuttosto misteriosa e contro ogni evidenza, se si pensa alla storia secolare della ritrattistica occidentale, soprattutto psicologica.

Che cosa significa veramente che ciascuno di noi, in quanto uomo di questo tempo, somiglia di più a una scultura delle origini che non a tutte quelle che son venute dopo? Bataille, nel suo "Lascaux. La nascita dell’arte" (1955), ci dice che «L’“uomo di Lascaux” creò dal nulla il mondo dell’arte, nel quale ebbe inizio la comunicazione fra spiriti. Per questo motivo l’“uomo di Lascaux” riesce a comunicare persino con quella lontana posterità che è per lui l’umanità odierna». Considerando ora questa mostra, credo si possa dire, con una certa sicurezza, che Giacometti abbia comunicato con quegli spiriti delle origini meglio, e con più argomenti, di qualsiasi altro: e che, con più audacia e lucidità di tutti, sia stato capace di situarsi, appunto, «all’inizio del mondo».

Umanoidi friabili.

Ecco: qual è la ragione profonda perché ciò sia potuto accadere e con questi incredibili, direi struggenti, risultati? La sala è miracolosamente silenziosa. Mi fermo davanti a questi umanoidi filiformi e friabili, col loro passo incerto e stupito: e cerco di carpirne il segreto. Ne avverto l’oscillazione attonita tra essere e non essere: mentre l’interrogativo lacerante d’Amleto è ormai diventato quello planetario d’una terra completamente desolata. Mi concentro su queste scaglie di materia aggrumatesi, chissà come e perché, in forme che dell’umano serbano solo un lontano ricordo, e che, da un momento all’altro, sembrano sul punto di disfarsi in cumuli insensati: anch’esse in effetti sono vestigia, poco importa se del futuro. Ritorno a guardare le statuette nuragiche, sumere, egizie e m’arriva finalmente la risposta che stavo cercando: le sculture di Giacometti, l’unico scenografo possibile e plausibile del Beckett di "Aspettando Godot", s’interrogano continuamente su ciò che siamo (che ancora siamo) e su dove andremo. Quelle nuragiche, sumere, egizie, così prossime all’origine, sono invece il punto di domanda perenne sull’inizio di tutto, sul dove veniamo. Due facce d’una medesima e radicale interrogazione: perché identico a se stesso è il Nulla che ci ha generato e ci inghiottirà.

Calma disperazione.

Esco dal Man quasi felice nella mia calma disperazione. E capisco che Giacometti non poteva trovare migliore approdo di Nuoro, per configurarsi a se stesso, e nel contempo a se stesso rivelarsi, dentro il suo destino e nelle sue verità decisive d’artista. La Nuoro di Deledda e Satta: così tentata dalla messa in scena dell’arcaico e del senza tempo, e insieme così nichilista e postrema. Sono venuto tante volte nella capitale barbaricina: ma mai come oggi sento che Nuoro, con Giacometti, ascolta il suo cuore.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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