La Nuova Sardegna

Angelo Demurtas Magia del narrare oltre la notizia

di PIERO MANNIRONI
Angelo Demurtas Magia del narrare oltre la notizia

Si è spento ieri a Sassari uno dei migliori protagonisti dell’informazione in Sardegna

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di PIERO MANNIRONI

«Il pezzo più difficile? Sicuramente quello in cui devi scrivere di un amico che non c’è più». Angelo Demurtas disse queste parole nell’aprile del 2003, dopo la scomparsa di Peppino Fiori, suo compagno di strada nella straordinaria avventura di Tv7. Una trasmissione che rivoluzionò il giornalismo televisivo italiano: sapeva andare oltre il racconto dei fatti, arrivando fino alle radici della realtà. E anche più a fondo: fino all’anima più nascosta di universi umani trascinati dal fiume della storia. «Quei pezzi sono i più difficili – aveva detto in quell’aprile di undici anni fa – perché si deve ritagliare ogni tratto dal contesto al quale entrambi si appartenne o, piuttosto, nel quale si fu immersi. Contesto che fu la stessa esistenza di chi oggi viene ricordato e di chi ricorda».

Angelo Demurtas se ne è andato in un giorno azzurro e sereno di fine novembre. Da tempo viveva ritirato. La morte tragica e assurda del figlio Mario, che aveva seguito le sue orme nella professione giornalistica, lo aveva segnato profondamente e intristito. Proprio lui che era famoso per le sue battute fulminanti e per la sua ironia abrasiva che era lo specchio del disincanto con il quale osservava il mondo.

Un esempio. Nel dicembre del 1990 arrivò nelle redazioni dei giornali la lista degli “enucleandi”, cioè i 731 “sovversivi” che, secondo il potente generale De Lorenzo, nel 1964 dovevano finire nella prigione segreta di Gladio a Poglina dopo il colpo di Stato, chiamato il codice “Piano Solo”. In quella lista di proscrizione c’era anche il nome di Angelo. Quel giorno lui era redazione. «Guarda, Angelo, ci sei anche tu. Ma allora sei davvero un sovversivo!». Lui, con la sua eterna Gauloise tra le dita, scoppiò in una risata e disse: «C’è anche il mio nome? Allora quel colpo di Stato non era una cosa seria».

Alla Nuova Sardegna Angelo Demurtas era approdato dopo un lungo e brillante percorso professionale. I suoi non erano semplici scoop giornalistici. Avevano qualcosa di più, che andava oltre la notizia. Era lui, con il suo stile inconfondibile, che li trasformava in racconti, in immagini, in emozioni. Come la famosa intervista a Graziano Mesina nel Supramonte di Orgosolo il 27 aprile 1967. Nelle parole di Angelo il bandito diventava uomo e la foresta un universo fuori dal tempo popolato di ombre. E Angelo così ti catturava e ti seduceva con la magia delle parole. Per lui l’ingresso nella professione giornalistica era qualcosa che si assomigliava all’apprendistato in una bottega artigiana dove imparavi l’arte del raccontare il mondo da un maestro che ti guidava nella tua formazione, che trasferiva la sua sapienza anche con sistemi duri e crudeli. Scherzava spesso sull’informazione e sui giornalisti. A volte con una divertita perfidia. Come quando, a un giovane praticante che gli sottoponeva un pezzo di cronaca nera, disse: «Credi che sia scritto come Dio comanda?». Imbarazzato il giovane rispose: «Non so, forse no». E lui, di rimando, con quel sorriso beffardo che ti smontava: «Bene, allora vai e riscrivilo».

Angelo Demurtas apparteneva a una categoria di giornalisti rara, quella di coloro che nascono con un talento naturale e si portano dentro, come amava dire lui stesso, «il coraggio dell’intolleranza». Che è poi quel sapere declinare quotidianamente il tuo agire professionale con il rigore morale, con il senso etico della verità. Per questo motivo Angelo Demurtas è stato un maestro per generazioni di giornalisti, un punto di riferimento. Amava il suo lavoro, ma amava anche profondamente la sua terra: la sua Ogliastra dolce e violenta, solare e buia. Per lui, andare a Ulassai era sempre un ritorno a casa.

Oggi quel cristallo limpido e luminoso che era Angelo si è frantumato in mille piccoli frammenti che riflettono ricordi, sorrisi, avventure professionali, bagliori di vita. Raccontarli per dire chi era davvero quest’uomo è un’operazione impossibile. Ma è impossibile non pensare che il giornalismo sardo oggi ha perso una voce importante. Una voce che ha saputo raccontare in modo straordinario quelle mille storie che poi diventano la storia.

Che la terra gli sia lieve.

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