“Trash”, i mali del nuovo Brasile
Il film diretto da Stephen Daldry che ha vinto il Festival di Roma
Tre adolescenti di Rio de Janeiro, che campano “ripassando” l’immondezza fresca di una discarica a cielo aperto, a due passi da una gigantesca “favela”, trovano un portafogli con un piccolo tesoro in biglietti di banca ed altri segnali che lo spettatore decifra immediatamente come chiave di un giallo, del resto annunciato da una movimentata sequenza-prologo. Il seguito della pellicola sarà una continua e imprevedibile (nonché piena di ribaltamenti spettacolari) caccia all’uomo e all’oggetto misterioso, che rivelerà, a strappi e bocconi, un mondo politicamente corrotto e in balia di una onnipotente, e anch’essa corrotta, polizia.
Questa sintesi estrema di “Trash”, vincitore del premio del pubblico al recente Festival del cinema di Roma, trascura inevitabilmente molta trama, un pizzico di “fantasy”, e una bella sovrapposizione mediatica basata sulle memorie audiovisive dei tre ragazzi. La cavalcata adrenalinica esalta comunque il “piacere del testo” o dello sguardo. Va infine sottolineato che alcuni personaggi secondari (il missionario Martin Sheen e la volontaria Rooney Mara) sono, com’è noto, celebri attori hollywoodiani. Il che obbliga ad una spiegazione non inutile: il film è diretto dall’inglese Stephen Daldry (“Billy Elliot”, “The Hours)” e co-prodotto dal brasiliano Fernando Meirelles (“City o God”), che ha imposto ai soci statunitensi attori e “troupe” locali.
Al netto dell’impegno etico-politico (che non fa sconti al presunto “progresso” sociale degli ultimi dieci anni di governo di sinistra, contestato nelle piazze durante i mondiali di calcio e, di nuovo, in previsione delle Olimpiadi del 2016) e dell’appartenenza del film ad consolante genere fiabesco-avventuroso, l’operazione ricorda “The Millionaire” di Danny Boyle, criticato anch’esso – magari non sempre ragionevolmente – per l’inautenticità del tessuto narrativo e drammaturgico.
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