«La morte è inevitabile, la sofferenza no»
Paola Virdis, anestesista sassarese, ha assistito più di mille pazienti terminali tra ospedale civile e assistenza domiciliare
SASSARI. C’è una linea di confine oltre la quale i medici non possono spingersi. È quel punto di non ritorno dove non si parla più di qualità della vita, ma è più giusto parlare di qualità della morte. Le terapie hanno smesso di far effetto e il dolore è un compagno di viaggio verso un capolinea imminente.
Paola Virdis, 57 anni, da più di venti abita dall’altra parte di questo pendio, dove l’esistenza ha scollinato e cambia improvvisamente inclinazione, rotolando giù per sempre. E’ una delle prime anestesiste ad essersi occupate di cure palliative e terapia del dolore. Ha una lunghissima esperienza nell’assistenza domiciliare, presta servizio all’ospedale Civile di Sassari e fuori dalle corsie fa volontariato reclutata dall’incessante passaparola delle famiglie. Il suo è un compito talmente pervasivo che la differenza tra mestiere e missione col tempo sfuma: ormai Paola Virdis è una sorta di suora laica votata ai moribondi. Non ha molto tempo e soprattutto energie per la vita sociale. Gli amici, per prenderla in giro le dicono: «Quando vogliamo avere notizie di te, basta dare un’occhiata al giornale nella pagina dei necrologi». Se si collezionassero i ringraziamenti, non basterebbe un libro.
Ha i capelli ricci, gli occhi grandi, azzurri e profondi, oltre i quali si percepisce l’abisso. Il suo è il lavoro più difficile del mondo: rendere la discesa più dolce possibile, annacquare la sofferenza dei malati terminali sino al loro ultimo giorno. Metadone, fentanyl, oppiacei, morfina. Per certi versi può sembrare buffo, ma la prima dose di sedativo lei non la somministra con un’endovenosa o una pasticca, lo fa con le parole. Parla in maniera lenta e rassicurante, è come se ti cullasse con le frasi, vien da abbandonarsi. «La comunicazione con i pazienti – dice – è fondamentale. Non è vero che il medico deve essere distaccato, in queste situazioni estreme bisogna stabilire empatia, solo così si può conquistare la fiducia del malato e dei suoi familiari». E quando si instaura un dialogo sincero e il paziente posa il suo destino nelle mani del medico, allora immancabilmente tutti chiedono di morire.
«Questo avviene sempre. Perché ormai c’è la rassegnazione all’ineluttabile e l’angoscia per le sofferenze. Allora sta a me fare un ulteriore passo avanti, dimostrargli che il dolore si può controllare, e che il sonno è un rifugio sicuro». C’è ancora grande diffidenza verso la sedazione terminale, si tende a confonderla con l’eutanasia. Invece è uno stato di incoscienza indotto, che non fa percepire il dolore e spesso allunga la vita. E dal quale è possibile essere risvegliati. «Una volta mi è capitato un anziano, con un tumore al cervello, in fase terminale. Il dolore era molto intenso, lui era cosciente e ha chiesto di essere addormentato. Era il periodo di Natale, e la vigilia è rientrato anche il figlio che risiedeva lontano. Allora per un giorno ho risvegliato il padre, ha pranzato e cenato con il figlio, prima di precipitare ancora nella sofferenza e chiedere di essere nuovamente sedato. E se n’è andato serenamente tre giorni dopo». Paola Virdis ha accompagnato alla morte più di mille persone, anche ragazzi e bambini. Non tutti riescono a reggere un simile impatto emotivo, molti scappano, ci vuole un grande coraggio e forza. E bisogna essere disposti a pagarne il prezzo.
«Quando il cucciolo sta per morire, il branco si stringe a lui, cerca di proteggerlo. Non accetta di lasciarlo andare. Sono situazioni difficilissime. Ancora di più con i bimbi. Perché loro, quando soffrono, cercano ancora di più protezione, vogliono il contatto fisico, desiderano farsi amare». Non realizzano cosa sia la morte e ti lacerano il cuore. Chi si dedica a loro con le cure palliative riesce a superare tutto questo perché ha fatto un salto di qualità nell’approccio: la morte non è più una sconfitta, o qualcosa da esorcizzare, ma un traguardo verso il quale traghettare in pace il paziente. Purtroppo spesso nelle strutture sanitarie manca una cultura di questo tipo: si vedono pazienti sopportare le pene dell’inferno dopo un intervento chirurgico, per la incomprensibile riluttanza a somministrare antalgici. La stessa Università non forma i medici a gestire la vita sull’orlo del precipizio, quando ormai è una linea sospesa tra un monitor e il nulla. Non esiste negli ospedali un protocollo delle terapie del dolore: il dosaggio e la scala dei farmaci viene declinata secondo la sensibilità dei primari. Chi è fortunato non soffre, chi capita nel posto sbagliato rischia di vivere l’agonia secondo dopo secondo.
Quante volte si vedono nelle stanze delle persone abbandonate dietro a gelidi paraventi, soli come un cane, con il rantolo che li porta via. Invece morire fasciati da una garza d’affetto dovrebbe essere un diritto sacrosanto per tutti, con i parenti e le persone care che stringono la mano. «Anche la sedazione terminale dovrebbe essere un diritto, anche per una questione di dignità». Quando la vita non vita, sussulta, si dimena, sopravvive a se stessa con un filo d’aria. Allora è meglio chiudere gli occhi e spegnere la coscienza. E far sì che la morte cali lieve e in silenzio, come un bambino che si addormenta.
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