«La riforma Boschi indebolisce il sistema delle autonomie locali»
OMAR CHESSA. Che ne sarà della nostra autonomia speciale in seguito alla riforma Renzi-Boschi, che pur tra difficoltà e polemiche sembra stia giungendo all’approvazione finale? Se guardiamo al dato...
OMAR CHESSA. Che ne sarà della nostra autonomia speciale in seguito alla riforma Renzi-Boschi, che pur tra difficoltà e polemiche sembra stia giungendo all’approvazione finale? Se guardiamo al dato letterale e all’esito che il processo riformatore ci consegnerà nell’immediato, la risposta è sorprendente: non solo la nostra autonomia speciale non sarà formalmente indebolita, ma ne uscirà perfino potenziata. La revisione non toccherà infatti l’articolo 116 della Costituzione, da cui deriva la garanzia di «forme e condizioni particolari di autonomia» secondo uno statuto speciale adottato con legge costituzionale. Ed è inoltre prevista una “clausola di salvaguardia”, che da un lato metterà al riparo le disposizioni del nostro Statuto e che, dall’altro, farà salve le conquiste di “maggiore autonomia” legate al vigente Titolo V della Costituzione (cioè quello modificato nel 2001).
Vittoria di Pirro
Invece, lo stesso non potrà dirsi per le regioni ordinarie. La riforma, infatti, incrementa il numero di materie sottoposte alla competenza esclusiva dello Stato, elimina le materie di competenza concorrente, cioè “in condominio” tra lo Stato e le Regioni, e accorda al primo una “clausola di supremazia», cioè una licenza d’ingresso pressoché illimitato nell’area delle competenze regionali residuali. Il legislatore regionale è così trasformato in un legislatore di pregio inferiore, con un ruolo interstiziale e secondario. Si consolida quindi un processo di “ricentralizzazione” delle funzioni, che era in atto da diversi anni sia nelle prassi legislative e amministrative sia negli orientamenti della giurisprudenza. Una “controriforma” rispetto alla riforma intensamente regionalista del 2001.
Una controriforma
Ma come dicevo, il regionalismo speciale rimarrà intatto; e anzi, seppure in termini relativi e non assoluti, sarà di fatto rafforzato, perché non solo godrà delle competenze riconosciute negli statuti speciali, ma potrà ancora continuare ad esercitare le competenze che le norme costituzionali entrate in vigore nel 2001 riconoscevano a tutte le regioni (norme che invece non saranno più vigenti per le regioni ordinarie).
Non dobbiamo però brindare allo scampato pericolo. È infatti una vittoria di Pirro, perché è difficile conservare un’autonomia speciale realmente forte nel quadro di un sistema regionale complessivamente debole. Soprattutto se l’autonomia speciale non è quella di una regione importante sotto il profilo demografico, culturale, economico, sociale, e quindi politico. La Sardegna non è come la Catalogna e la Baviera. E diversamente da queste, non ha pertanto la forza di gestire in modo efficace il rapporto bilaterale e negoziale col governo nazionale.
Torna il centralismo
È un luogo comune ricorrente che il regionalismo sia recessivo per via della crisi economico-finanziaria e del processo europeo di federalizzazione, che comportano crescenti cessioni di sovranità a favore dell’unione sovranazionale. È dunque in corso una centralizzazione inarrestabile, e tutti gli enti territoriali subnazionali ne fanno le spese. Si dice che sia la direzione imboccata dalla Storia e che non si possa più andare controcorrente. Ma è poi vero che il regionalismo e il federalismo sono incompatibili con la gestione accentrata ed efficiente delle crisi economico-finanziarie? Certo, se il principio autonomistico è identificato essenzialmente col trasferimento di funzioni alla periferia, una dispersione dei compiti e degli indirizzi, con i conseguenti problemi di coordinamento, non aiuta a fronteggiare le situazioni di emergenza. Però va detto che c’è "autonomia" non solo quando si garantiscono alla periferia competenze separate da quelle del centro, ma anche quando si prevede una partecipazione intensa della periferia alle decisioni allocate a livello centrale. Anzi, i sistemi federali realmente funzionali si imperniano soprattutto sui meccanismi di co-decisione e sulla presenza di importanti sedi di raccordo e integrazione tra i livelli di governo, uno dei quali di solito è la seconda camera legislativa. E qui sta, forse, il vero tasto dolente della riforma Renzi-Boschi, che a parole dice di volere il regionalismo cooperativo e partecipativo, ma che nelle soluzioni prescelte tradisce le intenzioni dichiarate.
Il nuovo Senato
Il nuovo Senato, infatti, non sarà certo un’autentica seconda camera di tipo federale o comunque aderente al modello di Stato autonomico. Eppure c’è diffusa consapevolezza che il vero problema del nostro regionalismo era, ed è, l’assenza di una raccordo costituzionale tra centro e periferia, soprattutto in presenza di partiti ormai privi di radicamento territoriale e sociale. Tutti dicono che abbiamo bisogno di un organo nel quale gli interessi e le volontà degli enti territoriali possano integrarsi nel procedimento legislativo nazionale. Invece il nuovo Senato, per modalità di composizione e dotazione funzionale, non sarà né organo di rappresentanza territoriale né tantomeno potrà considerarsi organo di rappresentanza politica (almeno nel senso in cui lo è il Senato attuale). Più che altro funzionerà come sede di rappresentanza partitica regionale e, in parte, locale. È, infatti, tagliato su misura della forma che i partiti hanno assunto nel tempo presente: teste senza corpo, strutture solamente verticali, senza base di militanti, gestite in modo oligarchico e saldamente insediate nelle strutture di governo statale e regionale. Non per caso nel disegno di riforma è assente il vincolo di voto unitario per i rappresentanti di una stessa regione ed è invece ribadito il divieto di mandato imperativo per tutti i parlamentari di entrambe le camere, cosicché sarà inevitabile che anche i senatori, come i deputati, si raggrupperanno per appartenenza partitica e che voteranno in adesione a una linea di partito e non in funzione degli interessi del territorio di provenienza.
Ripartire i sacrifici
Sia nelle fasi recessive che in quelle espansive l’oggetto della decisione politica è sempre lo stesso: come ripartire i sacrifici e i benefici e su cosa investire per favorire lo sviluppo (economico, sociale, culturale, ecc.). E rimane invariata anche l’alternativa che si para dinanzi allo Stato e al governo centrale: cioè l’alternativa se decidere da solo, calando le proprie scelte dall’alto e unilateralmente; o se decidere insieme alle autonomie territoriali, condividendo obiettivi e priorità. Non è affatto detto che il primo metodo assicuri maggiore efficienza ed equità o che sia quello più adatto per fronteggiare le crisi economiche. Anzi, probabilmente ciò che occorre è proprio un sistema di governo più integrato e coeso, che sia capace di rimediare allo scollamento tra il livello nazionale e quelli locali, garantendo soprattutto una ripartizione più equa delle risorse e dei sacrifici finanziaria. La storia delle esperienze federali più note, dagli Usa alla Germania, sta lì a dimostrarlo.
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