La Nuova Sardegna

Scritti corsari e tango Omaggio a Pasolini

di Roberta Sanna
Scritti corsari e tango Omaggio a Pasolini

Moni Ovadia ha aperto il cartellone di “Rocce rosse e blues” Oggi i live di Signor Palomar e di Roy Paci con gli Aretuska

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CAGLIARI. «Quarantacinque anni fa nella Rai di Bernabei potevamo sentire Pasolini dialogare a lungo con Enzo Siciliano. Quarantatre anni fa lo leggevamo sul Corriere della Sera». Parte dalla mancanza di una delle “figure più straordinarie della nostra cultura dal dopoguerra ad oggi”, Moni Ovadia, nel reading – proposto in apertura del Rocce Rosse Blues Winter Edition all’Auditorium del Conservatorio - dedicato agli “Scritti corsari”, titolo del volume nel quale vennero raccolti gli articoli di Pasolini pubblicati sul quotidiano milanese sino al 1975, l’anno della sua morte, rimasta ancora oscura come tanti misteri italiani.

E sente la necessità di riascoltare con drammatica urgenza la spietata lucidità dell’intellettuale capace con il pensiero di fare “scandalo”, come via alla verità, nel senso cristiano. Profeta, si è detto. No, ribatte Ovadia: ha visto ciò che c’era già, quello che si stava manifestando. Pasolini leggeva nel linguaggio e nel comportamento degli italiani entrati nella società dei consumi i segni di un cambiamento antropologico, di un nuovo potere e una realtà che si stava affermando. Quella in cui oggi malaffare e corruzione sono diventati norma, e che necessita di “resurrezione, più che di riforme”, rimarca con una frecciata Ovadia, che alle letture ed ai commenti alterna brani di tango – musica corsara nata nelle periferie, perseguitata e boicottata – magistralmente eseguiti al violino da Maurizio Dehò e alla fisarmonica da Nadio Marenco.

In “Scritti corsari” Pasolini analizza la situazione sociopolitica italiana di quegli anni ’70 (le stragi, il compromesso storico, divorzio fra gli altri temi) distillandone paradossi e contraddizioni, delineando tesi socio-politiche e antropologiche ancora di evidente attualità. Ecco quindi l’omologazione vista come perdita di coscienza di classe, e perdita dello statuto di dignità – se i beni necessari rendono la vita necessaria, “i beni superflui rendono superflua la vita”. Ma soprattutto come perdita di quella grande profonda cultura generata in Italia e fondata anche su un ampio apporto dal basso, dialettale e popolare.

In uno degli allegati della raccolta, Pasolini mostra la tragedia dell’allontanamento dal dialetto come uno dei momenti più dolorosi della perdita della realtà, facendo riferimento a due testi di Ignazio Buttitta, grande poeta siciliano. Ovadia legge in siciliano “Lingua e dialettu” e “U rancuri”, prima di citare ampi stralci dal saggio dove Pasolini analizza la cultura tradizionale. Uno svuotamento del dialetto, insieme alla cultura particolare che esso esprimeva, dovuto “all’acculturazione del nuovo potere della società consumistica, il potere più centralizzatore e quindi più sostanzialmente fascista che la storia ricordi”. Al rigore critico di Pasolini ben si combina quello di Moni Ovadia con riferimenti polemici all’attuale politica italiana, per concludere, nonostante l’improvviso blackout dei microfoni, con un’ironica benedizione al pubblico ed un ultimo trascinante tango finale.

Oggi si riprende dalle 21 (stessa location) con il live di Signor Palomar e a chiudere il trombettista Roy Paci e la coinvolgente band degli Aretuska.

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