La Nuova Sardegna

Robert Louis Stevenson e la sua musa californiana

di Giuseppe Mussi
Robert Louis Stevenson e la sua musa californiana

“Sotto un immenso cielo di stelle” di Nancy Horan, tra verità storica e fiction Il rapporto dell’autore dell’ “Isola del tesoro” con Fanny Van de Grift Osbourne

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Fanny Van de Grift Osbourne approda al porto di Anversa, insieme ai tre figli e alla governante, dopo aver lasciato San Francisco, il marito fedifrago e la sua vecchia vita. Il suo desiderio è ricominciare nel Vecchio mondo, seguendo la propria smisurata passione per l’arte. Le prime difficoltà la portano subito a Parigi, dove riesce a inserirsi socialmente nonostante alcune tragiche avversità. Durante la residenza estiva a Grez-sur-Loing incontra un «giovanotto dai capelli scuri», un ventinovenne bohémien di Edimburgo, affezionato ospite dello stesso hotel, che risponde al nome di Bob Stevenson. È proprio quest’ultimo a presentare alla donna americana il cugino arrivato poco dopo dalla Scozia, Robert Louis Stevenson. Il futuro autore di “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” ha qui appena venticinque anni, sembra destinato a un futuro da avvocato e già combatte i problemi di salute che gli avrebbero condizionato la vita. Stevenson rimane ammaliato dal fascino della signora Van de Grift, dieci anni più grande di lui, e la corteggia insistentemente, finché i due iniziano una relazione che durerà sino alla morte dello scrittore. L’unione spingerà Stevenson in California, dove i due si sposeranno, e successivamente in una rocambolesca avventura in giro per il mondo, con una particolare predilezione per i Mari del Sud.

Nancy Horan, con “Sotto un immenso cielo di stelle” (Einaudi, pp. 531, 21 euro) – titolo che riporta il primo verso dell’epitaffio del moumento funebre eretto per Stevenson nelle Samoa, sul monte Vaea – sceglie di introdursi nella relazione fra i due, avvalendosi, nonostante uno scrupoloso lavoro di documentazione (l’epistolario e i diari innanzitutto), delle infinite vie della fiction. Così la Horan, per costruire il romanzo, si prende ogni libertà possibile: anche l’affiancare a lettere e passi di diario accuratamente raccolti, altrettanti documenti inventati di sana pianta dall’autrice per guidare la narrazione. Il ritratto della coppia che emerge dal libro mette in evidenza il ruolo determinante di Fanny nel cambiare il destino dello scrittore scozzese, insieme alla sua pervicace energia per sostenere il lavoro del marito; e ha certamente il merito di dare luce a una vicenda così rilevante eppure sconosciuta a molti dei lettori di Stevenson, grazie anche una prosa gradevole. Rimane tuttavia il dubbio – succede ogni qual volta ci si trovi innanzi alle scivolose possibilità della traduzione di una magmatica materia biografico-storica in romanzo – della necessità di una simile operazione.

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