La Nuova Sardegna

Ecco il rumore del mondo La politica scuote l’arte

di Roberto Nardi

Inugurata ieri pomeriggio l’ esposizione internazionale, arrivata ai 120 anni Chiave di lettura: la capacità di porsi domande e l’energia espressiva umana

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VENEZIA. Un'offerta di dieci euro per comprare un mattone dell'installazione di Rirkrit Tiravanija, artista thailandese ma cittadino del mondo, all'Arsenale, per dare un aiuto a una organizzazione no profit che opera a supporto alle realtà cinesi impegnate nel campo dei diritti umani. Un'opera che si erge quale possibile icona di una Biennale d'arte che ha nella “politica”, intesa come sentire di una complessità collettiva, come capacità di porsi domande sul presente facendo i conti con un passato, con la Storia, una delle sue chiavi di lettura forti.

Il curatore di “All the World's Futures”, Okwui Enwezor, in questi mesi di preparazione l'ha ripetuto più volte, ha parlato di una esposizione con 120 anni di storia alle spalle dalla prima del 1895, dove la “politica” avrebbe avuto un ruolo, non fosse altro per la lettura continua de “Il Capitale” di Karl Marx fino all'ultimo giorno, il 22 novembre, nell'Arena ricavata nel Padiglione Centrale.

Accanto alla parola letta, agli eventi performativi pensati appositamente da tanti artisti tra l'Arena e l'Arsenale, come deve essere, a parlare «del rumore del Mondo» è anche la materialità delle opere: la forza delle valigie di Fabio Mauri, i neon e le spade di Bruce Nauman, le foto di Walker Evans, il “cannone” di Pino Pascali, l'avvolgente installazione di Thomas Hirschhorn, “le campanelle” di Christian Boltanski. A “gridare”, a dare il segno di come le tensioni del mondo sollecitano «le energie vitali ed espressive degli artisti», come dice il presidente Paolo Baratta, sono le immagini del lavoro nei paesi cosiddetti in via di sviluppo come il divanetto fatto di proiettili. Una “risposta” arriva anche dai Padiglioni stranieri, ad esempio la Germania dove il dramma dell'immigrazione è ben presente. Enwezor ha chiamato a raccolta 136 artisti, di 53 Paesi per capire lo stato delle cose nel rapporto tra arte e società in un'epoca di crisi, in un tempo dove non sembra esserci in molti il desiderio di «avere spiegazioni».

Ai visitatori il compito di dire se la “risposta politica” – dopo l'esperienza “enciclopedica” dell'edizione 2013 a firma Massimiliano Gioni – è in una mostra “multidisciplinare” dove accanto a un video – come per Steve McQueen – ci sono dei dipinti di grande impatto, quelli di Georg Baselitz ma intriganti quelli piccoli di Victor Man che affonda nella storia dell'arte, da Domenico Veneziano a Giorgione. Oppure, tanti disegni – una sequenza di Tiravanija con scene di manifestazioni in giro per il mondo – mappe geografiche o topografiche rielaborate, foto (uno tra tutti ad esempio Newell Harry) e le sculture del Rags Media Collective a sbarrare la visuale sul lungo viale che conduce al Padiglione.

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