Il sindaco: «Così muore la speranza»
Lo sdegno di Michele Deserra: procurarsi le armi è sin troppo facile. Il 24 maggio ci sarà una giornata dedicata alla pace
INVIATO A ORUNE. Gianluca Monni è morto da più di quattro ore, il suo corpo è stato appena trasferito in una bara di zinco per essere trasportato all’ospedale San Francesco di Nuoro, dove sarà effettuata l’autopsia. Due donne escono da una casa vicina, hanno in mano scope e un tubo da giardino. Una grande chiazza di sangue ricopre i gradini sui quali lo studente diciannovenne era seduto al momento del delitto: il loro primo pensiero è cancellare, per quanto possibile, le tracce di un incubo cominciato di prima mattina. Il sangue cola via dai gradini e dal tratto di corso Repubblica dove il corpo è stato lasciato dopo il vano tentativo di salvare una vita straziata da tre fucilate. Lo scorrere dell’acqua libera gradualmente una grande scritta di vernice bianca tracciata in stampatello sull’asfalto, chissà quando, chissà da chi: “Tantissimi auguri 18enne, ti voglio bene. A cent’anni”, e accanto tre cuori stilizzati che rafforzano il messaggio.
Vite spezzate. Ogni mattina, Gianluca aspettava seduto su quei gradini – all’ingresso della casa della nonna – l’autobus che lo avrebbe condotto a scuola, ogni mattina avrà posato lo sguardo su quelle parole, forse lo ha fatto anche ieri prima di morire. Magari l’anno scorso, nel suo diciottesimo compleanno, si sarà immedesimato nel destinatario di quel messaggio tra giovanissimi.
Il paese. Orune ieri mattina si è fermato per poche interminabili ore. La via principale, corso Repubblica, è stata chiusa al traffico mentre gli inquirenti compivano i rilevamenti di rito, con la vittima stesa per terra, coperta con un lenzuolo. La zona è chiusa su due lati, da una parte all’altra, con nastro adesivo, e sono in molti ad avvicinarsi a ridosso dello sbarramento. Colpisce che pochissimi di loro siano giovani. O forse no: dopo gli spari c’è stato il fuggi fuggi generale degli studenti che aspettavano l’autobus per Nuoro, molti di loro sono tornati a casa. Terrorizzati.
Comune. Tra i tanti orunesi presenti ci sono il sindaco Michele Deserra e l’assessore Stefania Gattu. Nei loro occhi si leggono sgomento e stupore. È Deserra a dialogare con i giornalisti, anche se, ammette, «non ci sono parole» per commentare quanto accaduto. «Ci chiamano paesi del malessere, con una definizione ormai abusata. Se il malessere è questo, allora lo Stato intervenga, non si può abbandonare un paese a se stesso. Chiediamo ancora una volta di non essere lasciati soli. Perché è così facile procurarsi le armi? Si può uccidere per una parola fuori posto?».
Cicli tragici. Accade oggi ma sembra una fotocopia del passato. «Vorrei che il mio paese diventasse più civile, ma a Orune resta sempre tutto uguale», scriveva nel suo ultimo compito in classe Maria Teresa Moni, uccisa a 12 anni, la notte di Capodanno del 1977. Volevano ammazzare il padre, ma colpirono lei che l’attendeva sull’uscio di casa. Sentiva la violenza attorno a sé, la piccola Maria Teresa: a Orune, scriveva in quel tema, «da una briga si arriva a tirare fuori il coltello. L'altro risponde con la pistola e fra loro pensano: chi muore muore, chi campa campa».
Analisi. «Le abbiamo tentate tutte», continua il sindaco, che ha proclamato due giorni di lutto cittadino. «Appuntamenti culturali, iniziative volte al dialogo, mostre, occasioni di incontro per i più giovani. Ogni volta il paese reagisce positivamente, poi episodi come questo cancellano ogni speranza». Fra due settimane Orune ospiterà la tappa conclusiva del progetto “Io amo la pace”, avviato lo scorso anno. Organizzato dal Comune in collaborazione con l’Anpi, nasce nel segno della solidarietà al popolo palestinese, e prevede una sorta di gemellaggio tra il Orune e un paese arabo con un numero simile di abitanti. A suggellarla, oltre ai rappresentanti della Comunità palestinese in Sardegna, ci sarà anche Egidia Beretta, madre di Vittorio Arrigoni, l’attivista italiano ucciso a Gaza nel 2011. «Volevamo essere vicini a un popolo che soffre», dice il sindaco Deserra. «Ma oggi ci sentiamo palestinesi anche noi».
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