Il capolavoro di Meo Sacchetti
La sua gestione del gruppo è stata vincente mentre Luca Banchi è andato in tilt
MILANO. Avanti, c’è posto. Ora Meo Sacchetti è il più bravo di tutti, un mese fa nemmeno tre coppe sembravano poterlo salvare dal linciaggio verbale e già qualcuno lo vedeva seduto comodamente sulla panchina di Varese dopo aver transato gli ultimi tre anni del contratto con la Dinamo. Cose che succedono nello sport, del resto era stato lui stesso, con un po’ di fastidio, a dire che aveva visto i tifosi insultare allenatori come Charlie Recalcati e Ruben Magnano.
Sapeva che prima o poi sarebbe potuto toccare anche a lui, forse non si aspettava che potesse succedere così presto. Situazioni che affronta periodicamente col suo modo particolare di intendere il basket: prima viene il giocatore con le sue emozioni e le sue esigenze, poi parliamo pure di pick&roll, rimbalzi e difesa a zona. Rischioso, perché in pratica funziona col principio di autodeterminazione: se un giocatore è un vero professionista, può fare quello che vuole ma deve essere inappuntabile agli allenamenti e in partita. Un dogma che nei giorni scorsi ha vacillato parecchio, quando qualcuno dei suoi è finito su tutti i social network per una notte brava. E questo, più delle tattiche, è stato il suo capolavoro: recuperare chi aveva sbagliato, rimetterlo in carreggiata e (soprattutto) convincere gli altri ad accettarli. Magari coi mugugni, a denti stretti, ma quella era l’unica strada per provare a vincere.
In questo ha dato una lezione al suo rivale Luca Banchi, che pure non è l’ultimo arrivato. Banchi ha accorciato le rotazioni e il gruppo, si è fidato solo dei suoi pretoriani, quelli con i quali ha vinto gli ultimi due scudetti prima a Siena e poi a Milano. Ha lasciato in panchina Kleiza e Brooks, che da soli costano poco meno dell’intera Dinamo. Non ha voluto lasciare in campo Ragland, che pure stava affettando la difesa biancoblù, per rimettere Hackett, senza il quale aveva vinto le ultime due partite e col quale aveva perso tre delle prime quattro. Ha spremuto oltre i limiti Gentile e Samuels, ha chiesto troppo a Moss. Poi, certo, a decidere tutto è stato un rimbalzo. Ma Meo voleva arrivare a quel punto, a giocarsi tutto nel finale. E Milano, la squadra da 16 milioni di euro, non doveva arrivare a quel punto. Nella “zona Meo”.(r.s.)
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