S’è spento il sax del free Ornette Coleman morto a New York
Aveva 85 anni, è stato uno dei grandi innovatori del jazz In Sardegna ha duettato con Luigi Lai e con i Tenores di Bitti
NEW YORK. Tace per sempre il «sassofono libero» di Ornette Coleman, uno dei grandi rivoluzionari del jazz: il leggendario musicista di origine texana si è spento ieri mattina a Manhattan. Era considerato uno dei più grandi innovatori nella storia della musica e considerato il padre del “free jazz”, un termine da lui stesso inventato.
Coleman – nato nel 1930 – è morto per arresto cardiaco, ha annunciato un rappresentante della famiglia. «Attraverso il suo esempio negli anni '50 e '60 ha aiutato il jazz cambiare rotta, ad essere meno legato alle regole di armonia e ritmo e a prendere le distanze con il repertorio delle canzoni americane», ha scritto il New York Times. E questa fu la sua risposta a Charlie Parker, ma Coleman fu anche una “voce” musicale più volubile e teoretica di John Coltrane, l'altro grande apripista di quell'epoca.
Divenne celebre come musicista filosofo, con interessi più ampi di quelli della sua musica. “Shape of Jazz to Come” nel 1959 fu l'album che lo rese famoso, una rottura dallo stile bebop che era stato finora dominante.
Quell'anno Ornette aveva avuto una residency al Five Spot club di New York. «Alcuni se ne sono andati ancor prima di finire il cocktail, altri sono rimasti ipnotizzati, altro litigavano a scena aperta», scrisse all'epoca il critico George Hoefer a proposito delle reazioni contrastanti del pubblico.
«I musicisti bebop suonavano cambiamenti, non suonavano movimenti. Io cercavo di suonare idee, cambiamenti, movimenti e note non trasposte», aveva detto di recente in un'intervista. Coleman ha introdotto nel jazz un nuovo vocabolario: melodia, strumentazione e tecnica furono pilotati da lui in acque inesplorate. Nel 2007 per il suo album Sound Grammar aveva vinto il Pulitzer. Coleman veniva da Fort Worth e aveva cominciato a suonare il sassofono da studente con una banda R&B.
Un vero e proprio viaggiatore del jazz, in senso letterale e metaforico, aveva debuttato a New Orleans, poi, dopo un breve ritorno a casa, si era spostato a Los Angeles: fu lì, secondo il documentario “Jazz” di Ken Burns, che nacque il suo stile particolare che mischiava il country blues con la teoria tecnica del jazz.
Il suo primo album, registrato a Los Angeles, fu “Something Else!!!”, in cui suonava con Don Cherry e Billy Higgins. Molto più tardi, negli anni '70 and '80, si divertì a giocare con rock e funk, a un certo punto collaborando con Jerry Garcia dei Grateful Dead. Nel 1979 era stato invitato a suonare a Saturday Night Live. Non aveva deposto il sassofono neppure in vecchiaia e ancora l'anno scorso era stato possibile ascoltarlo. «Sono contento di tornare in Sardegna, una terra della quale ho grandi ricordi e dove ho fatto dei bei incontri» aveva detto nel 2010 alla Nuova prima della sua ultima esibizione nell’isola a Berchidda per Time in Jazz.
E incontri il sassofonista texano ne aveva fatto davvero di originali, i primi a Cagliari negli anni ’90, poi palchi di Berchidda, di Sant’Arresi e Nuoro. Incontri con le launeddas, antichissimo strumento che l’aveva affascinato, suonato dal maestro Luigi Lay con cui aveva duettato e con i suoni arcaici e misteriosi del canto a tenore esibendosi coi virtuosi del Tenores di Bitti Remunnu 'e Locu.
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