La Nuova Sardegna

COLLASSA L’EUROPA SENZ’ANIMA

di RENZO GUOLO

di RENZO GUOLO Lo “spettacolo” di centinaia di uomini, donne e bambini, che in attesa di partire verso il Nord Europa bivaccano nelle stazioni di Roma Tiburtina o alla Centrale di Milano, una delle...

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di RENZO GUOLO

Lo “spettacolo” di centinaia di uomini, donne e bambini, che in attesa di partire verso il Nord Europa bivaccano nelle stazioni di Roma Tiburtina o alla Centrale di Milano, una delle porte d’ingresso dei visitatori di quell’Expo che doveva essere la vetrina dell’Italia; che si accampano nei giardini pubblici delle città del Nordest, trasformate in tante Lampedusa terrestri; che attendono di passare il confine a Ventimiglia, bloccati dalla polizia francese sotto lo sguardo di quella italiana, che poi riceve l’ordine di caricarli. Tutto ciò è indegno di un paese civile. Umiliante per le persone coinvolte. Pericoloso perché solletica la pancia di quanti, attizzati dalle irresponsabili parole di attivi imprenditori politici della xenofobia, possono innescare la miccia dello scontro etnico e razziale. La responsabilità è, innanzitutto, della miope Europa. Arcigna e severa quando si tratta di pareggio di bilancio ma incapace di comprendere che la sua legittimazione non si gioca solo davanti ai mercati.

E di capire che un’unione di egoismi nazionali, di poteri che appaiono lontani e burocratici, favorisce un fenomeno di rigetto che mette in discussione la stessa unità europea. È chiaro, infatti, che il problema immigrazione non può essere risolto dai singoli membri dell’Unione. I confini italiani sono i confini dell’intera Europa. Se non lo si comprende, se ci si nasconde dietro a quel Trattato di Dublino concepito in altra “era geologica” che affida assistenza e esame di richiesta di asilo ai paesi nei quali i migranti entrano, a essere perduta non sarà l’Italia ma l’intera costruzione europea. Perché un’Unione che si occupa solo di vincoli monetari e bollini sui prodotti commerciali ma si “dimette” come attore collettivo davanti a eventi di simile portata, invocando la sovranità nazionale in materia, è destinata a collassare. Anche per effetto, nei paesi più esposti come l’Italia, della crescita delle forze populiste e antieuropee.

Il no a un’obbligatoria, e più equa, redistribuzione dei migranti, è sintomo del prevalere degli egoismi nazionali, inevitabile sino a che l’Unione sarà fondata su accordi intergovernativi. La ripartizione è osteggiata da Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca, oltre che dai baltici e dai paesi dell’Est. Ma, ora, anche da Spagna e Francia. Le “sorelle latine” sono convinte che verrebbero ulteriormente danneggiate dalla redistribuzione, se non muteranno i “parametri” che definiscono il numero dei potenziali accolti. Il governo di Parigi, in particolare, teme l’effetto Le Pen.

Quanto a quello italiano cerca la sponda di quello tedesco: la Germania ospita il più alto numero di profughi. Appoggio che a Roma costerà una maggiore rigidità di Berlino sul versante economico, il vero tallone d’Achille italiano: quello che non consente di alzare troppo la voce nemmeno a chi vuole cambiare verso in Europa. L’Italia resta poi in attesa che si muova qualcosa sul fronte libico. Anche se, in assenza di una risoluzione Onu che consenta di entrare in acque libiche o agire nei porti, l’imminente missione militare europea, potrebbe rivelarsi poco efficace e non meno problematica.

Resta il fatto che la gestione italiana di questi drammatici giorni, tra soluzioni improvvisate, polemiche tra governo e sindaci, segnali di pesante lacerazione del tessuto sociale, rinvia all’immagine di un paese che pare vivere perennemente nell’emergenza. Anche quando, come in questo caso, si tratta di eventi prevedibili. Colpisce, solo per restare al tema della “dispersione” dei migranti e al disinteresse per la loro sorte una volta scaricati in loco, il riemergere di alcuni tratti del carattere nazionale. Tipico quello che, di fronte alla fuga e alla non identificazione dei migranti, ritiene furbescamente e irresponsabilmente, a ogni livello, l’accaduto come male minore. Come metodo per riversare sui paesi riluttanti la “giusta” quota di flussi. Per poi fingere di risolvere la questione, quando il problema diventa troppo evidente, con la presenza sul posto di un reparto di polizia.

Una classica furbizia italica, che si illude di arginare il nodo politico costituito dalla nostra debolezza in Europa scaricandola sul territorio, sulla collettività, su attori costretti alla supplenza istituzionale. Giochini, come dimostra Ventimiglia, oltretutto senza sbocco in questa Europa senz’anima.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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