I nuovi confini dell’identità
Economia, società e cultura: regionalismo alla prova della globalizzazione
SASSARI. La questione sarda esiste ancora? Che cos’è rimasto di un dibattito pluridecennale ora che viviamo il tempo del dominio della finanza sull’economia, di Internet, delle interdipendenze planetarie e dei nuovi nazionalismi? A queste domande ha provato a rispondere il seminario di studi organizzato ieri nella Sala Angioy dal Centro studi autonomistici per ricordare Paolo Dettori, presidente della giunta regionale negli anni della Rinascita, democristiano di scuola morotea, figura cardine della politica regionale in una fase storica di mutamenti rapidi e radicali, quella che la Sardegna ha vissuto nel secondo dopoguerra.
A sparigliare la carte in un dibattito che stava finendo sulle secche del solito rivendicazionismo nei confronti di uno Stato nazionale “brutto e cattivo” è arrivato l’intervento del segretario regionale del Pd, Renato Soru. «La discussione sulla questione sarda – ha esordito l’ex presidente della giunta – è stanca. Stamattina in questa sala è un po’ più accettabile che ancora la si faccia perché il titolo del nostro convegno è “La nuova questione sarda”. Ma forse oggi il modo migliore per risolvere la questione sarda, vecchia o nuova che sia, è smettere, una buona volta, di parlarne». «Per me – ha proseguito Soru – il fatto davvero nuovo, quello che mi farà andare via da questo seminario con un po’ di speranza, è avere parlato, pochi minuti fa, con il sindaco di Nuoro, Andrea Soddu. Lui ha sconfitto il candidato del mio partito. E però ascoltandolo ho capito che ci sono nella nostra isola energie nuove, e che noi non possiamo ignorarle. Perché ciò che ci serve davvero, in questo momento difficile, è mettere insieme tutte le nostre risorse, umane ma anche ambientali, culturali, storiche, e provare a immaginare un’idea di futuro, un sogno concreto, realizzabile. E le istituzioni devono servire ad alimentarlo questo sogno, non a calpestarlo, a farlo appassire».
Soru si riferiva alle istituzioni statali ma anche a quelle regionali, a cominciare dalla giunta “amica” presieduta da Francesco Pigliaru, verso la quale non è stato questo l’unico accenno di frizione, e persino di polemica aperta, del segretario regionale del Partito democratico.
Il discorso sulla Sardegna che deve aprirsi al mondo perché le isole, in un pianeta globalizzato, non esistono più e la partita dei prossimi anni dipende non dagli esiti delle schermaglie con i governi romani, ma dalla capacità dei ceti dirigenti sardi e di tutta intera la società di prendere nelle proprie mani il destino, Soru lo ha giocato contro le tentazioni ricorrenti di scaricare all’esterno responsabilità soltanto sarde. Tentazioni che sono emerse anche nel dibattito di ieri.
In sintonia con l’intervento soriano, invece, le parole del sindaco di Nuoro e la relazione dell’antropologo e scrittore Giulio Angioni, che ha introdotto il dibattito nella prima sessione del seminario, quella del mattino. Soddu ha ricordato che la sua vittoria è il segno dell’insofferenza verso un sistema politico che, in Barbagia come a Cagliari, si è chiuso in un’autoreferenzialità che non vede i problemi dei territori e invece punta, nella sostanza, al mantenimento dei propri interni equilibri di potere. Fuori dai vecchi recinti anche Angioni: «Quando parliamo di identità o di appartenenza non possiamo trascurare che le identità che contano, nell’attuale fase storica, non sono tanto quelle che diciamo etniche intendendo che sono anche minoritarie, o che comunque non contano solo esse. Contano anche le identità che diciamo etniche, e quindi anche le minoritarie, da modulare, però, da situazioni gravi come quella curda a situazioni scomode come quelle dei sardi o dei corsi o dei friulani, con punte acute in casi come quelli baschi o irlandesi. Ma queste situazioni locali acquistano più senso e giusta prospettiva se viste alla luce del fatto, relativamente nuovo, di una identità planetaria che va rapidamente definendosi. Tra mille contraddizioni, certo, ma in un processo che appare irreversibile».
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