Le onde e il vento di Alghero nelle creazioni di Marras
A Milano Moda ieri è sfilata la collezione maschile 2015 firmata dallo stilista In apertura i Guano Padano cantano a bordo di vecchi gozzi in un mare di libri
MILANO. Antonio Marras ancora protagonista delle sfilate di Milano Moda Uomo con la sua collezione Primavera-Estate 2016. Incontriamo lo stilista proprio prima dell'ingresso in passerella dei suoi modelli: «Mi trova come sempre impreparato – ci confida l'artista, descrivendoci il suo stato d'animo presfilata – come per gli esami: ci vorrebbe un giorno, un mese in più. È un momento di pura agitazione. Non ci si abitua mai e viene voglia di cambiare tutto ma non c'è più tempo. Poi, per alchimia, le cose si incastrano e vanno al loro posto».
Poco dopo, lo show inizia con un cerimoniale degno delle processioni propiziatorie: sfilano tamburo e trombone con una banda al seguito: già l'impatto emotivo è forte. La collezione questa volta sa di mare. Di pesca e di vento. Attaccano i musicisti del trio Guano Padano che suonano seduti in gozzi, usurati da tempo e salsedine, che navigano in un mare di vecchi libri dalle pagine azzurre: il mare è immenso e infinite sono le storie che lo riguardano. «Questa collezione è molto marina – racconta Marras, che con le sue creazioni racconta sempre frammenti di vita vissuta – Ci sono molto Alghero, molto Oceano, molto Mediterraneo. Parto da un’immagine: quella di mio padre che, nel retrobottega, sistemava i palamiti. Non capivo mai bene cosa fossero ma mi sembrava una cosa magica: tutti quei fili, quegli ami in fila. Avevano la possibilità di diventare da caos a ordine preciso».
Marras parte così dalle coppoline dei pescatori algheresi: quelle indossate per andare a pesca e per partecipare alle processioni prima della stagione della pesca – in onore della Madonna di Valverde – che i modelli portano su blouson di cotone color ghiaccio con intarsi ad onde, oppure blu navy, verde militare o verde profondo. Una collezione pensata anche sui toni dell'ercù, del kaki, con stampe hawaiane, in ricordo di paesaggi esotici, declinate con i verdi e i blu. E stampe a sfondo giallo che vanno con i colori militari. Pantaloni bermuda o lunghi sempre a sigaretta, sempre sopra la caviglia. Silouhette e tessuti classici: modelli ispirati anche agli anni Sessanta – l'età più stylish per la moda uomo, ci fa notare Patrizia Marras – realizzati in cotone, jersey, maglia. Reminiscenze che fanno parte del repertorio classico da uomo: tutte le lineee del marinaio, del corpo dei Marine, del pescatore. L'immaginario vola verso tutti i personaggi reali e della letteratura di mare: dal capitano Achab fino ad “Oceanomare” di Baricco. Sempre però rivisitati, reinventati dal visionario Antonio Marras che disegna una moda che racconta, una moda colta che ripropone e cita altri ambiti artistici. «Il cinema, l'arte, la danza, il teatro e la musica – ci dice lo stilista – sono discipline che ho sempre seguito. La moda mi permette di dialogare con questi altri pianeti. Traggo ispirazione da eventi e personaggi tra i più disparati. In tutti i casi cerco di creare un link, un connubbio, con questi mondi lontani che per me hanno un significato profondo».
Questo senz’altro lo specifico di Marras: la ricerca e la creazione di nuovi significati pertendo da una storia, da un viaggio: «Io vivo il mio tempo e ho passioni molto radicate, molto trasversali. Questo momento, quello della sfilata è un modo per farli incontrare. Non mi pongo limiti né ostacoli, semplicemente, da inscosciente e da folle, navigo in acque pericolose».
Oggi però il mare, le acque pericolose sono quelle che solcano i profughi disperati e Marras non ha timore di dare un messaggio su quanto accade, per lui la moda non è avvulsa dal momento storico che la genera: «Certamente noi siamo il risultato di quello che viviamo, di quello che abbiamo dentro. Credo che la moda non sia solo la grandezza del pois o la pesantezza dello chiffon, quello che accade intorno a noi è molto importante. Voglio fare un richiamo verso quello che succede a questi poveri disgraziati che arrivano da altri continenti, che sono protagonisti delle cronache a cui siamo quasi assuefatti, e questa è la cosa più terribile. Come si può concepire una cosa del genere? Dei disgraziati che solcano il mare dentro bagnarole vanno respinti? È veramente una bestemmia a Dio».
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