«Già esplorati mille chilometri di fondali»
Corazzata Roma, piroscafo Crispi, sommergibile Saracen: dagli abissi riemergono drammi di guerra
ALGHERO. Ma come procede Guido Gay nella tecnica che gli ha consentito di scoprire i due immensi pozzi al largo di Capo Marragiu? «È semplice: prima individuo un punto nautico, per esempio quello dov’è affondata una nave, poi comincio ad allargarmi con il mio catamarano Daedalus compiendo cerchi sempre più estesi, sino ad abbracciare una superficie vastissima», risponde l’uomo che in breve tempo è riuscito ad avvistare gli scafi della corazzata Roma, del piroscafo Francesco Crispi e del sommergibile Saracen.
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Per le sue ricerche l’espertissimo professionista si serve del robot Pluto Palla, chiamato così per la sua forma, che può operare sino a una profondità di 4mila metri con una visione a 360 gradi, di un sonar a scansione laterale per individuare le masse in fondo al mare e utilizza la stessa imbarcazione che lo accompagna da 21 anni nelle spedizioni in tutto il mondo. «Nel caso del sommergibile inglese e del mercantile italiano che trasportava i Granatieri di Sardegna tra la Toscana e la Corsica, con questo sistema, ho esplorato in poche settimane mille km quadrati di mare», racconta.
Per poi chiarire ancora più nitidamente in che cosa consistono le operazioni successive al ritrovamento dei relitti: «Nel momento in cui ho la sensazione che lo scafo individuato sul fondale sia quello cercato, devo procedere ad attente verifiche – spiega Gay – Prendiamo il caso del Francesco Crispi, affondato dal Saracen il 19 aprile 1943 sulla rotta Livorno-Bastia, un attacco costato la vita a 943 soldati italiani. Prima di poter dire che era effettivamente quel mercantile convertito a unità trasporto truppe ho dovuto fotografare tutti gli oblò per riscontrarne alcune coppie più ravvicinate delle altre come sul piroscafo costruito a Trieste, e lo stesso discorso ho fatto, riprese alla mano, con la forma della prua, le ancore e i passacavi». Attività analoga, mai semplice data la profondità delle zone di operazioni, per il sottomarino britannico. «Per dimostrare che era proprio quello che aveva affondato il Crispi, ho dovuto trovare il periscopio, il cannone esterno vicino alla torretta e altri elementi che contraddistinguono il suo scafo». Un lavoro metodico, di estrema precisione. Ma che alla fine sta dando i frutti sperati: anche su una scala forse superiore alle previsioni. (pgp)
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