Il premio Pulitzer innamorata dell’Italia
Jhumpa Lahiri: «Qui mi sento radicata per la prima volta» L’autrice di origini indiane parla del suo amore per l’italiano
Accompagnandola per le vie del paese, fino a piazza Sant'Antiocru che in serata ospiterà il suo incontro con Caterina Bonvicini, si ferma davanti a una bancarella di libri a controllare titoli in vendita. Una parte è dedicata agli scrittori sardi e vedendo il nome di Grazia Deledda racconta di aver letto, e apprezzato, “L'incendio nell'oliveto”. «Adesso voglio provare altri suoi romanzi e avvicinarmi anche ad altri autori della vostra isola. Intanto ho preso, e nei prossimi giorni leggerò, “Il giorno del giudizio” di Salvatore Satta e anche un libro di una scrittrice di Gavoi, Mariangela Sedda».
L'amore per l'Italia di Jhumpa Lahiri passa necessariamente anche dalla letteratura italiana e alla domanda quali siano i suoi autori preferiti comincia un lungo, importante elenco che va da Pavese a Pirandello, da Verga a Saba. Grandi nomi. Ma lo è anche il suo. Premio Pulitzer per la narrativa (tra i vari riconoscimenti) è forse l'ospite più atteso in assoluto di questa edizione del festival letterario della Sardegna. Scrittrice americana, ma nata a Londra da genitori indiani, vive da tre anni a Roma e a Gavoi presenta il suo nuovo libro. “In altre parole”, pubblicato da Guanda, parla del rapporto di Jhumpa Lahiri con l'italiano, in quello che è il suo primo libro scritto con una lingua che ha voluto imparare con grande determinazione.
«Avevo bisogno di una lingua diversa – sottolinea – una lingua “luogo di affetto e riflessione” per citare Tabucchi. Per me l'italiano è questo, mi dà un luogo nuovo in cui posso riflettere diversamente sulle cose. Tutto nasce in un certo senso come la ricerca di un'appartenenza linguistica. Da bambina e ragazza mi sentivo sospesa tra l'inglese e il bengalese. La conoscenza dell'italiano ha portato a un triangolo che crea un equilibrio anziché uno stato di conflitto continuo». Lo studio del latino, l'interesse per le connessioni con l'inglese e poi un viaggio in Italia che diventa un colpo di fulmine e la spinge a studiare la lingua italiana. Un percorso iniziato negli Stati Uniti e portato avanti con decisione in questi ultimi anni nel nostro Paese.
La riflessione della scrittrice non è mai banale. Anche quando la domanda forse lo è. Anche se i minuti a disposizione per l'intervista non sono poi tanti. La profondità di quel che dice sembra rispecchiare quello sguardo speciale che caratterizza il suo volto, con quei grandi occhi tipici delle donne indiane. La terra dei suoi genitori, solo in parte la sua come americana di seconda generazione: «Restano i miei genitori e io la loro figlia, ma la distanza c'è. Non parlo il bengalese con la stessa dimestichezza, non mi vesto come mia madre, non mangio ogni giorno quello che mangiano loro. Ci separano diversi motivi, eppure è possibile creare un legame forse ancora più forte perché bisogna accettare tante cose che non condividiamo completamente». Dà grande peso alle parole Jhumpa Lahiri, le sceglie con un rispetto per una lingua che ama, che ha imparato. E con la consapevolezza che non sarà mai totalmente la sua. «La lingua è sicuramente identità – dice mentre il discorso si sposta sul valore del sardo per i sardi – La mia resta una cosa imprecisa perché non ho un legame puro con nessuna lingua. Per me ognuna delle tre lingue che conosco resta una lingua straniera. Non appartengo al cento per cento né al bengalese, né all'inglese e ovviamente nemmeno all'italiano. Però qui in Italia mi trovo davvero molto bene, sono felice, mi sento veramente radicata per la prima volta nella mia vita».
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